Schettino – Isola dei Famosi: “Volevo una proposta scritta per stracciarla”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Febbraio 2015 10:41 | Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio 2015 10:41
Schettino - Isola dei Famosi: "Volevo una proposta scritta per stracciarla"

Francesco Schettino

ROMA – “Sulla mia partecipazione all’Isola dei Famosi volevo una proposta scritta per esibirla e stracciarla”: così Francesco Schettino in un’intervista a Marco Imarisio sul Corriere della Sera. L’ex comandante della Costa Concordia, affondata il 13 gennaio 2012, dice di essersi “scusato in privato con le famiglie delle vittime. Sarò l’unico a pagare. Non cerco perdono”, aggiunge, ma l’intervista la fa partire parlando non del naufragio costato la vita a 32 persone, o della condanna a 16 anni di carcere, ma proprio dello scherzo delle “Iene”, con la finta trattativa per una sua partecipazione a “L’Isola dei Famosi”.

“Parto da qui, perché quando uno è disperato, non gli resta che la dignità. Da quella notte a oggi sono stato tradito da tanti, a cominciare da chi mi doveva difendere, ma non dalla mia dignità. Da giorni sto assistendo nelle trasmissioni del pomeriggio a un tentativo di massacro, per una cosa che mai ho pensato di fare. E nonostante le mie smentite, a costo di fare audience, si continua a offrire una versione torbida di una storia invece chiara e documentata. Una cosa impietosa, feroce, falsa. Ho perso tutto, lasciatemi almeno la dignità. Vorrei che non si speculasse più su quella tragedia”.

Su Francesco Pepe, figlio del suo ex avvocato Daniele, che ha gestito la finta trattativa con le Iene, Schettino dice:

“Inizialmente lo tolleravo. Poi ha smesso di venire. Il padre si mostrava come un amico, diceva che era per fargli fare esperienza. Che potevo fare? Ero nelle sue mani. Volevo capire il perché di tanta insistenza. Un giorno mi chiama il figlio, e mi dice che sono disposti a pagare due milioni di euro. Gli ribattei che rigettavo tutto a priori. Avevo intenzione di esibire pubblicamente il mio diniego, e quindi che si facesse fare una proposta scritta, così finalmente l’avrei esibita e stracciata.

Ma la finta offerta non arrivo mai:

“Il figlio mi disse che c’erano problemi a formalizzarla… Ma la vede Barbara D’Urso? Non viene dato valore alla mia parola, ascoltano solo il mio presunto procuratore, non so a che titolo”.

E Imarisio gli fa notare:

Abbia pazienza: ma si rende conto? Le Iene, Barbara D’Urso…
«Le parlo del tritacarne mediatico dove sono finito. Di un sistema che trova normale e naturale accanirsi su chi è in difficoltà e non ha un megafono per difendersi».

Lo conosce quel proverbio su «chi è causa del suo mal…»?
«La vera causa è da ricercare nell’avidità umana. Me la sono andata a cercare, dice? Ma la decisione di rendere mediatico il mio processo, fatta dal mio ex avvocato, io l’ho subita».

Il suo avvocato mica l’hanno scelto dei feroci giornalisti…
«Quando vidi che padre e figlio non pensavano a studiare le carte ma a parlare con voi, era troppo tardi per tornare indietro. Anche un rappresentante dell’accusa glielo disse: non state facendo l’interesse del vostro cliente. Aveva ragione, purtroppo».

Per lei è sempre colpa degli altri?
«Chi l’ha mai detto? Io volevo soltanto che fossero distribuite le quote di responsabilità su quanto accaduto quella notte. Dal processo nessuno ci ha capito niente».

Addebitiamo al tritacarne mediatico anche la sua lezione alla Sapienza?
«Non era una lezione! C’era uno psicologo forense che stava conducendo un seminario accademico sulla percezione delle persone che hanno vissuto momenti di stress. Mi avevano interpellato. Mi ero messo a disposizione. Era solo una testimonianza».

Come la serata mondana in bianco con flute di champagne?
«Ero andato a trovare l’editore del mio libro, che prima o poi uscirà. Ho ricevuto un invito, senza fare nulla di male. Ero una persona in attesa di giudizio, non un appestato. Tutto questo è uno schifo, indegno di un Paese civile».

E le vittime? In questi anni mai una parola su quei 32 esseri umani.
«Li ho tenuti fuori dallo schifo. Ho voluto parlare il giorno della sentenza per rendere omaggio a quelle povere persone. L’ho deciso perché i magistrati avevano detto in aula che non mi ero cosparso il capo di cenere. Il solo fatto che non sono riuscito a leggere fino in fondo quel che avevo scritto le può far capire quello che provo».

Non era un tributo fuori tempo massimo?
«Non volevo usare il loro dolore per rendermi più accettabile. Avrei mancato di rispetto. Certe cose non vanno esibite. Ho incontrato i parenti di alcune delle vittime, come ho detto in aula. Certo, sarebbe stato più facile e vantaggioso dire “mi dispiace” davanti a un microfono. Ma quale atteggiamento è più serio, fare le cose con discrezione oppure divulgarle per il proprio tornaconto? E poi, chiedere scusa o piangere i morti della Costa Concordia non mi fa tornare indietro. Purtroppo non si può».

Naturalmente lei è sempre convinto di essere vittima di un complotto?
«C’è stato chi ha voluto proteggere interessi economici forti. Niente avviene per caso. Neppure la denigrazione. Eppure io, il grande colpevole italiano, ci ho messo la faccia. Non mi sono nascosto. Per tre anni. E sarò l’unico a pagare. Ma nessuno me lo riconosce».

Cosa dovrebbe esserle riconosciuto? Se salgo su una nave, metto la mia vita nelle mani del comandante…
«Non è proprio così. Comunque mi prendo le mie responsabilità. Per me è un lutto indelebile. E so che non ci sarà mai perdono per me. Ma neppure lo cerco, mi creda».