Schiave rumene a Ragusa: “Se vuoi i soldi dammi tua moglie”

di redazione Blitz
Pubblicato il 9 ottobre 2014 15:21 | Ultimo aggiornamento: 9 ottobre 2014 15:21
Schiave rumene a Ragusa: "Se vuoi i soldi dammi tua moglie"

Schiave rumene a Ragusa: “Se vuoi i soldi dammi tua moglie”

RAGUSA – “Se vuoi i soldi dammi tua moglie”. Ricatti come questo sono all’ordine del giorno nel silenzio dei campi a Vittoria, in provincia di Ragusa. Qui vivono circa cinquemila schiave rumene, lavorano nelle serre, vivono segregate nelle campagne isolate e sono spesso costrette ad assecondare le voglie dei “padroni”. Gli italiani, padroni in tutti i sensi, della loro vita, del loro corpo e della loro morte.

Le prime querele risalgono a quattro anni fa: alcune coppie di braccianti rumeni tentarono coraggiosamente di sporgere denuncia. Ma quei verbali, oggi riportati alla luce in un’inchiesta del settimanale l’Espresso, caddero nel dimenticatoio. Quelle coppie persero il lavoro e finirono a vivere in un tugurio, nella miseria più totale. Molte altre donne preferiscono tacere. In genere sono consapevoli di quello che le attende. Ma si sacrificano per tenere unita la famiglia. Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio fare la contadina che la badante. Ma il guaio è che arrivate in queste campagne diventano schiave: non è solo il loro lavoro ad essere svenduto per pochi soldi, ma anche il loro corpo e la loro dignità.

Esiste un programma di protezione anti-tratta, in soli due anni sono stati riempiti ben 12 fascicoli, storie di ricatti e di violenze. Si chiama Solidal Transfert ed è promosso da Cgil e Medici senza frontiere: uun pulmino a nove posti copre l’area tra Vittoria, Scoglitti, Acate e Santa Croce Camerina. Accompagna le donne a fare la spesa o alle visite mediche. Per rompere l’isolamento ed evitare i ricatti del padrone.

Grazie al programma molte donne si sono fatte avanti e hanno raccontato le loro storie. A chi denuncia viene offerta protezione e l’immediato allontanamento dal luogo della violenza. In modo discreto per evitare che il racket delle schiave rumene le raggiunga ma spesso alcune di loro tornano indietro:

“Queste donne mantengono le loro famiglie. Se non si offrono loro alternative credibili allo sfruttamento il circuito non potrà essere spezzato”, ha spiegato all’Espresso, Alessandra Sciurba, che ha curato una ricerca sul tema per “L’altro diritto”, centro di documentazione dell’Università di Firenze. E il progetto va avanti a colpi di proroghe e ad ogni scadenza rischia di chiudere.

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