Scontri 1 Maggio anti Expo: prosciolti 5 anarchici greci perché già condannati in patria. Per i pm erano “i devastatori”

di Daniela Lauria
Pubblicato il 28 Marzo 2019 12:24 | Ultimo aggiornamento: 28 Marzo 2019 12:25
Scontri 1 Maggio anti Expo: prosciolti 5 anarchici greci già condannati in patria. Per i pm erano "i devastatori"

Scontri 1 Maggio anti Expo: prosciolti 5 anarchici greci già condannati in patria. Per i pm erano “i devastatori”

MILANO – Per i pm italiani erano i “devastatori”, quelli che al corteo No Expo del primo maggio 2015 avrebbero messo a ferro e fuoco il centro di Milano. A distanza di 4 anni quei 5 anarchici greci sono stati prosciolti dal Tribunale di Milano perché già condannati in patria per gli stessi fatti, sebbene imputati per reati minori e rimasti liberi.

Tra gli imputati del processo cancellato c’era anche Alexandros Kouros che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato uno dei più attivi nel “blocco nero” di circa 300 persone che scatenò il panico in città mentre si inaugurava l’Esposizione universale: con un “martello” avrebbe spaccato “il cordolo di un marciapiede” per ricavarne “pezzi contundenti” passati “ad un altro manifestante”, riferisce l’agenzia Ansa. Con lo stesso martello avrebbe sfondato il vetro di un’auto e la vetrina di una banca. Nelle motivazioni di un’altra sentenza a carico di arrestati italiani, il gup Roberta Nunnari scriveva che gli “identificati co-indagati di nazionalità greca di matrice anarchica rimasti estranei al presente processo” avevano “partecipato attivamente alla devastazione”.

Per i cinque anarchici greci nell’autunno 2015 era stata emessa un’ordinanza di custodia in carcere con l’accusa principale di devastazione, punita con pene fino a 15 anni. Ma la Grecia disse no all’estradizione in Italia sostenendo che la “responsabilità collettiva non è riconosciuta nel diritto penale greco che contempla solo la responsabilità individuale” e che nel codice penale greco non esiste il reato di “devastazione e saccheggio”.

Nel marzo 2018 i cinque greci sono stati condannati in patria per i fatti del primo maggio a Milano a pene fino a 2 anni e 5 mesi ma per reati minori, simili alla resistenza a pubblico ufficiale, e sono rimasti liberi (la sentenza è diventata definitiva nel novembre scorso). Di qui la richiesta dei difensori di applicare il principio del “ne bis in idem”, ossia l’impossibilità di giudicare due volte un imputato per gli stessi fatti. La sentenza di oggi della decima sezione penale nel processo in cui erano parti civili, per chiedere i danni, il Comune di Milano e il Ministero dell’Interno, ha riconosciuto il “non luogo a procedere”. 

Per un sesto imputato italiano, Marco Re Cecconi, i giudici hanno anche accolto la richiesta degli avvocati di nullità dell’avviso di chiusura indagini, perché venne dichiarato “irreperibile” anche se i suoi genitori avevano comunicato nell’autunno 2015 che era in Francia, a Tolosa, a studiare musica. Gli atti che tornano quindi alla Procura. Lo scorso anno era già stata archiviata l’inchiesta che vedeva indagati 45 giovani antagonisti e anarchici dopo che gli inquirenti erano giunti alla conclusione che non avrebbero preso parte al “blocco nero” che mise a ferro e fuoco il centro di Milano. I quattro giovani che erano finiti in carcere nell’autunno 2015 sono stati condannati in passato a pene comprese tra gli 8 mesi e i 2 anni e 4 mesi. E’ caduta l’accusa principale di devastazione e incendio. (fonte: Ansa)