Serafina Strano, dottoressa stuprata in guardia medica: “Ora paghino i vertici dell’Azienda sanitaria”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 maggio 2018 19:00 | Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2018 19:00
Serafina Strano, dottoressa stuprata in guardia medica: "Ora paghino i vertici dell'Azienda sanitaria"

Serafina Strano, dottoressa stuprata in guardia medica: “Ora paghino i vertici dell’Azienda sanitaria”

CATANIA – “L’uomo che mi ha stuprata è stato condannato, ma non è ancora stata fatta giustizia. Ora devono pagare coloro che non mi hanno garantito sicurezza, cioè i vertici dell’Azienda sanitaria provinciale”: [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] è la denuncia di Serafina Strano, la dottoressa che nel settembre scorso venne violentata durante il turno, da sola, alla guardia di medica di Trecastagni (Catania).

A dieci giorni dalla sentenza che ha condannato ad otto anni l’autore dello stupro, Strano, 52 anni, sposata e madre di due figli, parla in una intervista ad Alfio Sciacca del Corriere della Sera: 

“Sulle responsabilità dei vertici dell’Asp ci sono già esposti e denunce. So che la Procura di Catania sta indagando. Spero che presto vengano accertare anche le loro responsabilità”.

Da quella notte infernale Serafina Strano non ha quasi più paura di nulla, di certo non teme di mostrarsi in pubblico:

“Non ho mai avuto alcuna remora a mostrarmi pubblicamente – spiega — per la semplice ragione che quella notte io ho visto la morte in faccia. E allora mi son detta che non poteva finire tutto richiudendomi nel privato, con la mia rabbia e le mie ferite. (…) Anche se le assicuro: non è facile stare sotto i riflettori. L’ho pagata e continuo a pagarla. Per questo mi ha ferito non avere avuto acconto al processo i miei colleghi. Tranne pochissimi colleghi per il resto sono spariti tutti. Nonostante le belle parole l’Ordine dei medici di Catania non si è costituito parte civile al processo, mentre molti che fanno le guardie mediche si sono dileguati per paura di perdere il lavoro”.

L’accusa ai vertici dell’Asp riguarda il fatto che, secondo la dottoressa, “hanno dotato le nostre guardie mediche di misure di sicurezza ridicole. Nel 2016 ci fu un altro caso analogo al mio ai danni di un’altra collega. Dopo quell’episodio e le nostre diffide l’Asp ci mise a disposizione un braccialetto che consente di far partire una telefono al 112″.

Ma quel braccialetto non è servito a nulla dal momento che il suo aggressore, appena entrato nella guardia medica, ha staccato il telefono. Le telecamere di sorveglianza c’erano, ma a circuito chiuso, e quindi non collegate alla polizia. Infine, la porta blindata avrebbe potuto assicurare alla donna “una trappola perfetta”, se il suo sequestratore l’avesse chiusa.

Secondo lei

“Così come sono queste guardie mediche andrebbero chiuse. Una donna è sola, in balia di chiunque, spesso in luoghi isolati o di campagna. Ma se proprio le si vuole tenere aperte bisogna renderle veramente sicure. E non certo grazie alle guardie del corpo private, che spesso sono mariti o fratelli”.

E proprio la sua famiglia ha vissuto una tragedia nella tragedia:

“È stata letteralmente devastata. L’unica cosa che può lenire il dolore di mio marito e delle mie figlie è il fatto che sono ancora viva. Non so neppure dove abbiamo trovato tanta forza. Le dico solo che i miei hanno saputo che ero stato stuprata da Facebook, ancor prima che leggessero i giornali. Con tutto il corollario di commenti tipo: “Ma forse la dottoressa aveva la scollatura”. Una ferita che difficilmente riusciremo a sanare”.