Silvio Mirarchi, carabiniere ucciso a Marsala nel 2016: agricoltore condannato all’ergastolo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Gennaio 2022 10:55 | Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio 2022 10:55
Silvio Mirarchi, carabiniere ucciso a Marsala nel 2016: agricoltore condannato all'ergastolo

Silvio Mirarchi, carabiniere ucciso a Marsala nel 2016: agricoltore condannato all’ergastolo FOTO ARCHIVIO ANSA

La prima sezione della Cassazione ha confermato l’ergastolo per il cinquantenne bracciante-vivaista di Marsala imputato per l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Silvio Mirarchi. Si tratta del carabiniere ferito a morte con un colpo di pistola la sera del 31 maggio 2016 nelle campagne di contrada Ventrischi, nell’entroterra di Marsala. In primo grado l’uomo era stato condannato all’ergastolo, l’8 ottobre 2018, dalla Corte d’assise di Trapani.

La morte di Silvio Mirarchi

Mirarchi, 53 anni, vice comandante della stazione di Ciavolo, quella sera era impegnato con un altro carabiniere, l’appuntato Antonello Massimo Cammarata. Erano in un appostamento nei pressi di una serra all’interno della quale furono successivamente scoperte 6 mila piante di canapa afgana. Ad uccidere il sottufficiale fu un proiettile sparato da una semiautomatica Star, modello Bs calibro 9×19. Ma sul luogo vennero trovati anche i bossoli di un’altra arma. Per questo, gli investigatori presumono che a sparare furono in due. Sette i colpi esplosi contro i due militari.

Le indagini e l’arresto

Il bracciante fu arrestato dai carabinieri il 22 giugno 2016. “Arrivati all’incirca dove ci sono le serre – ha raccontato l’appuntato Cammarata – il maresciallo Mirarchi ha acceso la lampadina e abbiamo intimato: ‘alt, fermi, carabinieri’. Ma non abbiamo finito di dire le parole che ci hanno sparato addosso“. Dopo l’agguato, si indagò su un gruppo di persone che gravitava intorno alla gestione della serra, poi sequestrata. E saltò fuori il nome dell’uomo che la gestiva fino ad alcuni mesi prima. Il bracciante fu sottoposto allo stub, che fu analizzato dai Ris di Messina, che rilevò un’alta percentuale di sostanze (nichel e rame). Ma secondo la difesa, però, non sarebbero riconducibili a polvere da sparo, ma ai fertilizzanti utilizzati da Girgenti nelle sue attività agricole. Una tesi che non ha retto nei vari gradi di giudizio.
Nel processo, i familiari della vittima si sono costituiti parte civile, assistiti dall’avvocato Giacomo Frazzitta.