Simone Furfaro autista “cieco”. “Visto nulla e nonno diceva: fatti i fatti tuoi”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 agosto 2015 13:30 | Ultimo aggiornamento: 5 agosto 2015 13:42
Simone Furfaro autista "cieco". "Visto nulla e nonno diceva: fatti i fatti tuoi"

Foto d’archivio

ROMA – Pentito non lo è di certo, anzi resta convinto di aver fatto la cosa giusta, cioè la più conveniente. Al maresciallo dei Carabinieri che è andato a casa sua a comunicargli il burocratico avvio dell’indagine a suo carico per favoreggiamento, Simone Furfaro ha detto poche ma significative parole: “Non ho visto nulla e mio nonno me l’ha insegnato, farsi sempre i fatti propri è meglio”.

Fedele al comandamento del nonno (ma sarà davvero tutta farina del sacco del nonno o il nipote non ci ha messo del suo?) Simone diventato adulto e diventato anche autista di pubblico bus in quel di Genova una sera a tarda ora si trova appunto alla guida di un bus. Su quel bus una banda di disturbati mentali e sbandati sociali ben travestiti da normali giovani esseri umani decidono di pestare a sangue, praticamente linciare un altro umano. E perché? Perché gli sembra niente meno che gay. Decidono e mettono in pratica: pestaggio e linciaggio a bordo bus.

Ma Simone Furfaro autista dice di non aver visto nulla. Sicuro? Di una cosa Furfaro è sicuro: il migliore e più sicuro modo di vivere è quello di non impicciarsi, qualunque cosa accada. Indagato per favoreggiamento niente meno che di tentato omicidio. E Furfaro proprio non capisce, non riesce a concepire che su quel bus lui potesse e dovesse fare altro che dare corpo alle tre scimmiette: l’una non vede, l’altra non sente, la terza non parla. Su quel bus Furfaro si fa i fatti suoi. Il pestato, Luca, la vittima finita in ospedale in gravi condizioni racconta di aver chiamato, di aver chiesto il suo aiuto. E racconta Luca che Furfaro “ha fatto finta di non vedere”.

A Furfaro Massimo Gramellini assegna su la Stampa il premio Menefreghista dell’anno. Premio assolutamente meritato perché, come scrive Gramellini e come appare dalle ricostruzioni dei fatti, Furfaro non solo non è intervenuto durante il pestaggio, neanche dopo ha sentito il bisogno/dovere di chiamare il 113, di “impicciarsi” in qualche modo.

Scrive il giornalista de La Stampa: non gli si chiedeva di fare l’eroe rischiando in proprio, ma almeno di fare il cittadino sì, facendo quella telefonata. “Troppa fatica”, troppo rischio per Simone Furfaro e la sua cultura, il suo modello di vita. Quanti sono i Furfaro in Italia? Davvero, senza ipocrisie? Quanti farebbero come lui? Quanti pensano che ha fatto quel che avrebbero fatto loro e cioè non impicciarsi? La risposta sincera è: milioni. Milioni di Furfaro vivono, mangiano, dormono, passeggiano, guidano, parlano, avanzano e si moltiplicano. Intorno a noi, a fianco a noi, dentro di noi.