Soter Mulè: omicidio Paola Caputo fu solo colposo. Pena ridotta a 3 anni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 Maggio 2015 20:52 | Ultimo aggiornamento: 26 Maggio 2015 21:13
Soter Mulè: omicidio Paola Caputo fu solo colposo. Pena ridotta a 3 anni

Soter Mulè, l’ingegnere romano imputato per l’omicidio della studentessa Paolo Caputo

ROMA – L’omicidio di Paola Caputo fu colposo e non preterintenzionale, e non si poteva procedere per le lesioni ai danni di Federica F.: per questo l’ingegnere Soter Mulè si è visto ridurre in appello la pena a 3 anni. Mulè, 45 anni, era imputato per la morte della Caputo, studentessa di Guagnano (Lecce) che aveva 23 anni quella notte del 9 settembre 2011 in cui finì soffocata in un gioco erotico (bondage tipo shibari) in un garage di un palazzo in via di Settebagni. In quel garage lavorava come usciere Federica F., romana e coetanea della Caputo, che rimase lievemente ferita nello stesso gioco erotico.

La sentenza è stata emessa dalla I Corte d’assise d’Appello di Roma, presieduta da Mario Lucio D’Andria con Giancarlo De Cataldo. In primo grado Mulè era stato condannato a 4 anni e 8 mesi, sempre per omicidio colposo ma con l’aggravante della “previsione dell’evento”: Mulè avrebbe legato la Caputo accettando il rischio che la studentessa avrebbe potuto farsi seriamente male, anche se non lo avrebbe ritenuto possibile perché convinto di avere il controllo della situazione.

Contro la sentenza di primo grado hanno fatto ricorso gli avvocati di Mulè, Antonio Buttazzo e Luigi Di Maio. E ha fatto ricorso anche l’accusa, convinta che quello della Caputo fosse un omicidio preterintenzionale. Ma in cinque diversi pronunciamenti (due del gip, uno del tribunale della libertà, uno del gup in primo grado e uno della Corte d’assise d’appello), la tesi dell’omicidio preterintenzionale è stata sempre respinta.

È stato invece accolto in parte il ricorso di Buttazzo e Di Maio, i quali hanno ottenuto che a Mulè fosse tolta l’aggiunta di pena di un anno e 8 mesi per il reato di lesioni ai danni di Federica F., perché l’omicidio della Caputo e le lesioni ai danni della F. nella sentenza di primo grado erano stati accomunati come due parti di un “medesimo disegno criminoso”.

Ma Federica F. non è stata mai in pericolo di morte, è stata dimessa dall’ospedale dopo 5 giorni e non ha mai presentato querela contro Mulè. Senza querela non si poteva procedere per lesioni. Quindi la Corte d’Appello ha cancellato la condanna a due anni e smontato l’ipotesi del “disegno criminoso” riducendo la pena a tre anni per omicidio colposo.

Quella notte del 9 settembre 2011. Nel corso del processo Soter Mulè aveva ricostruito quanto avvenuto nella notte tra venerdì 9 e sabato 10 nel garage in zona Bufalotta. “Verso le 14” Mulè ha contattato tramite Facebook sia Paola che Federica e verso le 19 era passato a prenderle. I tre si sono recati prima in un locale e poi al Circolo degli artisti, in via Casilina vecchia. Sia Mulè che le ragazze, in base quanto si legge nel provvedimento, hanno preso rum, birra e “digestivi alcolici”. L’ingegnere ha confermato di aver fumato dell’hashish.

Mulè e le due ragazze decidono, quindi, di recarsi nel seminterrato di via di Settebagni, conosciuto da una delle ragazze. Nel suo racconto l’uomo afferma che la prima ad essere legata è stata Federica, poi la Caputo. Paola viene bloccata “in stazione eretta, con piedi a terra, ma subito dopo essere stata legata, accusa un malore e perdendo i sensi si accascia al suolo: il peso del suo corpo mette in tensione le corde, comprese quelle intorno al collo di entrambe le ragazze”. Mulè nell’interrogatorio aveva spiegato di aver lasciato le corde intorno al collo piuttosto lente, proprio perché provava quel “gioco” per la prima volta.

Mulè cerca di liberare le giovani, cerca un coltello prima nella borsa di Federica e poi nella sua auto. Sono attimi drammatici: quando trova la lama per Paola è oramai troppo tardi, Mulè tenta di soccorrere Federica e poi chiede aiuto. L’autopsia intanto conferma che Paola è morta per “asfissia da soffocamento”.

Quando il gip Marco Mancinetti concesse a Mulè gli arresti domiciliari scrisse di “Una gravissima imprudenza contrassegnata dall’aver dato corso a una pratica in cui egli stesso si definisce poco esperto e oggettivamente rischiosa”. La posizione di Mulè è risultata attenuata perché lui, seppure sotto l’effetto di alcool e di stupefacenti, ha usato un nodo bloccato intorno al collo delle due ragazze (un nodo più sicuro quindi, che non si stringe in caso di caduta) mantenendo un cappio ampio. Il gioco, scrisse ancora il giudice “non prevedeva alcun effetto di sollevamento mediante la corda al collo delle due ragazze”, cosa che rendeva il tutto relativamente poco rischioso. Però Mulè ha comunque una colpa che giustifica l’accusa di omicidio colposo. Per il giudice sta tutta in tre elementi: la pratica era oggettivamente rischiosa, era sotto effetto di droga e alcool, e non aveva avuto l’accortezza di tenere un coltello a portata di mano. Proprio il suo ritardo nel tagliare la corda ha, nella ricostruzione del giudice, portato alla morte di una delle due ragazze.

A favore di Mulè giocava però il fatto che “non vi è stato alcun comportamento di prevaricazione, di minaccia o di costrizione per indurre le due vittime ad accettare di essere legate”. Nonché il riconoscimento da parte del gip della buona volontà dell’indagato a raccontare i fatti nei dettagli e riconoscere e assumersi le colpe.