Il mafioso Spatuzza conferma: “Berlusconi e Dell’Utri? Amici fidati”

Pubblicato il 4 Dicembre 2009 12:05 | Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre 2009 16:00

«Graviano mi fece il nome di Berlusconi e mi disse che grazie a lui e al compaesano nostro ci eravamo messi il paese tra le mani». Spatuzza in aula a Torino nel processo a Marcello Dell’Utri non si fa attendere e fa il nome di Silvio Berlusconi «quello di Canale 5» sottolinea anche se ammette: «I timori di parlare del presidente del Consiglio Berlusconi erano e sono tanti». Il pentito però supera le paure e racconta: «Graviano mi disse che avevamo ottenuto tutto quello e questo grazie alla serietà di quelle persone  che non erano come quei quattro “crasti” socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ’89 e poi ci avevano fatto la guerra».

La deposizione di Spatuzza inizia poco prima di mezzogiorno: «Ho fatto parte dagli anni Ottanta al Duemila di un’associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa nostra. Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D’Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre, in un terreno che non ci appartiene: alludo alle stragi di Firenze, dove morì la piccola Nadia e all’attentato a Costanzo (Maurizio ndr). Quando avvennero Capaci e via D’Amelio abbiamo vigliaccamente gioito. Quelle sono stragi che ci appartengono. Mentre l’attentato di Firenze non ci appartiene».

Spatuzza, nel bel mezzo della sua deposizione, chiede scusa: «Se io ho messo la mia vita nelle mani del male, perché non la devo perdere per il bene? Chiedo perdono per il male fatto» e conferma che il suo pentimento «è la conclusione di un bellissimo percorso spirituale cominciato grazie al cappellano del carcere di Ascoli Piceno. Mi sono trovato ad un bivio – dice – scegliere Dio o Cosa nostra». Ormai, sottolinea, ha una missione: «Restituire verità alla storia e non mi fermerò di fronte a niente. E’ una mia missione per dare onore a tutti quei morti, a tutta quella tragedia. E’ mio dovere».

Ma il pentito non si ferma e continua a raccontare scenari finora sconosciuti: «Era già tutto pronto per l’attentato allo stadio Olimpico di Roma per uccidere i carabinieri – racconta durante la deposizione – ma all’ultimo minuto quando Benigno premette il telecomando, fortunatamente, grazie a Dio, il telecomando non funzionò». Poi ancora: «Nell’87 Giuseppe Graviano mi disse che dovevamo sostenere i candidati socialisti alle elezioni. All’epoca il capolista era Claudio Martelli. A Brancaccio facemmo di tutto per farli eleggere e i risultati si videro: facemmo bingo».