Spelacchio, la seconda vita: portachiavi, gadget… E il fratello bello a Mantova

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 dicembre 2017 13:33 | Ultimo aggiornamento: 22 dicembre 2017 13:33
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Spelacchio, la seconda vita: portachiavi, gadget… E il fratello bello a Mantova

ROMA – Spelacchio, la seconda vita: portachiavi, gadget… E il fratello bello a Mantova. Caso politico, eroe social, manifesto del brutto estetico, biglietto da visita al contrario…Spelacchio, l’albero di Natale che dovrebbe abbellire Piazza Venezia a Roma e diventato celebre nel mondo – meglio dire famigerato – è più di un semplice abete rosso.

Polemiche, sfottò, inchieste ufficiali ne hanno fatto un simbolo (per lo più negativo, si intende): però, nella Val di Fiemme dove è nato e da dove è arrivato praticamente morto nella Capitale, vogliono regalargli una seconda vita. L’idea è della Magnifica comunità di Fiemme, in Trentino: “Vorremmo si trasformasse in qualcosa di bello e non finisse in discarica — ha spiegato Stefano Cattoi, dell’Ufficio tecnico forestale trentino al Corriere della Sera —. Potrebbe “reincarnarsi” in penne, portachiavi, occhiali, gadget o un’opera che resti alla città di Roma”.

Mentre a Roma qualche grillino pensa addirittura a una cura ormonale per Spelacchio agonizzante e all’aggiunta di mille palle colorate per dissimularne l’anemia, da Mantova giungono foto che aumentano il rammarico per la povera fine. Qui hanno trovato rifugio e rinnovate radici i suoi fratelli.

È il caso degli Alberi di Natale piazzati davanti ai comuni di Roverbella e Porto Mantovano, centri da meno di 20mila abitanti in provincia di Mantova. Sono abeti di medio taglio: più bassi del capostipite. «Ma qui sappiamo conservare bene le cose», rivendicano con orgoglio dal Bar centrale di Roverbella. Dalla comunità di Fiemme, Stefano Cattoi (niente a che vedere con Alessandra, braccio destro dell’ex sindaco Ignazio Marino) sottolinea come «nel Mantovano i nostri alberi stanno benissimo, comunque noi siamo pronti a riprendercelo quando tutto sarà finito». (Simone Canettieri, Il Messaggero)