Stato-mafia, la trattativa “ci fu”, dicono i giudici: condannati Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno

di redazione Blitz
Pubblicato il 21 aprile 2018 9:27 | Ultimo aggiornamento: 21 aprile 2018 9:27
Stato-mafia, la trattativa "ci fu", dicono i giudici: condannati Dell'Utri, Mori, Subranni e De Donno

Stato-mafia, la trattativa “ci fu”, dicono i giudici: condannati Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno (Nella foto Ansa, Marcello Dell’Utri)

PALERMO – La trattativa Stato-mafia “ci fu davvero”: ne sono convinti i giudici della Corte d’assise di Palermo. La Procura ha vinto, tutti gli imputati chiave, tranne l’ex ministro Nicola Mancino, sono stati condannati, e condannati a pene pesanti.

L’impianto dei pm è stato confermato dal verdetto, un verdetto pensato nei particolari, fatto di importanti distinzioni temporali e di ruoli che fanno pensare ad una riflessione condivisa su centinaia di esami testimoniali e decine di migliaia di pagine di atti.

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La trattativa, termine semplicistico che traduce una contestazione ben più complessa, ci fu, sostengono i giudici. E a portarla avanti sarebbero stati, fino al 1993, i vertici dei carabinieri del Ros, e, successivamente Marcello Dell’Utri, secondo quanto sostiene la sentenza di Palermo.

Giuridicamente il reato di trattativa non esiste. Agli imputati si contestava la minaccia aggravata a Corpo politico dello Stato. In sintesi Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ufficiali dei carabinieri, si sarebbero fatti portatori presso le istituzioni del messaggio dei clan, un messaggio intimidatorio fatto di stragi e morti e volto a indurre lo Stato a più miti consigli nella politica di contrasto a Cosa nostra. Perciò concorrono nell’accusa con i capimafia: perché “trattando” e dialogando con i mafiosi, per il tramite del sindaco Vito Ciancimino, e “rappresentando” le loro istanze al governo, di fatto rafforzarono e aiutarono Cosa nostra, sostengono i giudici di Palermo.

Dal ’93 il ruolo di “cinghia di trasmissione” tra clan e pezzi di Stato sarebbe stato ricoperto da Marcello Dell’Utri, hanno precisato i giudici. Allora il premier era Silvio Berlusconi e a essere condizionato dalle minacce mafiose fu il suo governo.

La ricostruzione dei giudici è questa e le pene sono esemplari: 12 anni a Mori, Subranni, Dell’Utri e al boss Antonino Cinà, medico di Riina e uomo del papello, l’elenco con le richieste del boss allo Stato per fare cessare le bombe. Ventotto anni al capomafia Leoluca Bagarella, cognato del padrino corleonese uscito dal processo con una dichiarazione di estinzione del reato per morte del reo. Otto anni a De Donno, l’ufficiale che con Mori incontrava Ciancimino a Roma.

Sorte diversa per l’altro imputato eccellente: Nicola Mancino, che rispondeva di falsa testimonianza. Assolto con formula piena: non mentì ai giudici negando di avere saputo da Claudio Martelli degli incontri tra il Ros e Ciancimino fin dal ’92. “Sono contento, è la fine di una grande sofferenza”, ha commentato l’ex ministro dc.

E sotto i “colpi” del lungo verdetto della corte cade anche Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco, imputato di calunnia all’ex capo della polizia De Gennaro e concorso in associazione mafiosa. Otto anni per il primo reato, assoluzione per l’altro, segno che, per la corte, il figlio di don Vito più che postino e intermediario del padre non era.

Prescritte le accuse per il pentito Giovanni Brusca, quello che definì Mancino “terminale della trattativa”. Resta da capire, in una sentenza destinata ad avere un ruolo importante nel dibattito politico attuale e definita da Luigi Di Maio (M5s) il segno della morte della prima Repubblica, chi furono i referenti politici del Ros. Se a Berlusconi e al suo Governo il riferimento è chiaro, con quale copertura istituzionale trattarono prima del ’93 i vertici del Ros? Oscar Luigi Scalfaro? Giovanni Conso?, accusati nemmeno tanto velatamente in tutto il dibattimento di aver fatto concessioni alla mafia, ad esempio sul carcere duro. Saranno le motivazioni a chiarire il ragionamento e le ricostruzioni della corte.

Adesso restano le reazioni delle parti: “Siamo stupefatti, è una sentenza in conflitto con un verdetto definitivo”, dice l’avvocato di Dell’Utri, mentre il legale di Mori accusa la corte di scarsa obiettività. “La sentenza del Tribunale di Palermo appare del tutto sconnessa dalla realtà” dice il parlamentare di Forza Italia e legale di Silvio Berlusconi Nicolò Ghedini. “Se fosse vero l’assunto accusatorio per cui è così soddisfatto il dottor Di Matteo, è evidente che il presidente Berlusconi è persona offesa dal reato quale presidente del Consiglio dei Ministri dell’epoca così come ribadito dal Tribunale di Palermo”. Di segno opposto le reazioni dei pm: “La trattativa è provata – spiega Vittorio Teresi, il più anziano dei magistrati dell’accusa”. Mentre Nino Di Matteo definisce Dell’Utri “cinghia di trasmissione tra mafia e Berlusconi”.