Stefano Cucchi, presidente Corte: “Morte non si sana condannando innocenti”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 novembre 2014 8:50 | Ultimo aggiornamento: 2 novembre 2014 8:51
Stefano Cucchi, presidente Corte: "Morte non si sana condannando innocenti"

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano (Foto Lapresse)

ROMA – “La morte non si sana condannando degli innocenti”: il presidente della Corte d’Appello di Roma, Luciano Panzani, torna sul caso Cucchi e sulla sentenza di secondo grado che ha assolto tutti gli imputati per la morte del trentenne romano nel 2009.

Intervistato da Andrea Rossi della Stampa Panzani dice:

“Non ho l’abitudine di intervenire, tanto meno di commentare le sentenze. Però sento che qualcuno vorrebbe far pagare i magistrati per i loro errori. È un concetto pericoloso. Sento dire che, poiché la corte ha assolto gli imputati, allora vuol dire che Cucchi s’è ucciso da solo. Mi sembra che si stiano smarrendo i fondamentali. Quelli per cui il giudice penale deve accertare se ci siano prove sufficienti di responsabilità individuali. E, in caso contrario, assolvere. È esattamente ciò che i miei giudici hanno fatto anche questa volta. Questo è il nostro compito, per evitare di aggiungere orrore ad obbrobrio e far seguire a una morte ingiusta la condanna di persone di cui non si ritiene provata la responsabilità”.

Riguardo all’accusa fatta dal segretario del sindacato di polizia Coisp, che ha detto che “se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”, il presidente della Corte è netto:

“Ha detto una cosa sbagliata. Ripeto: lo Stato doveva tutelare quel ragazzo. Anche, eventualmente, da se stesso”.

Su una cosa Panzani dà ragione alla famiglia Cucchi: 

“Le parti civili e i famigliari hanno ragione nel lamentarsi di uno Stato che non ha saputo dare una risposta. Ma nemmeno per un attimo possiamo pensare che le persone paghino senza che sia stata accertata la loro piena responsabilità. Il compito del processo penale non è dare ristoro alle vittime di un reato o alle loro famiglie. Purtroppo non sempre la ricostruzione dei fatti è nitida, basti vedere le conclusioni della procura fra il processo di primo grado e l’appello. In quel caso il giudice deve assolvere, non ha altra scelta”.

E’ d’accordo anche sul fatto che Cucchi sia morto mentre era affidato allo Stato e per questo, dice, ora “lo Stato ne deve rispondere”. Ma, ribadisce,

“Un conto è la responsabilità penale, che è individuale; altro è ammettere che in questa storia qualcosa non ha funzionato. Quel ragazzo ha subito percosse e lesioni che non fanno parte dell’iter normale di una detenzione. Non se le è procurate da solo. Durante il suo arresto si sono verificate come minimo alcune anomalie. Era compito dello Stato prendersi cura di lui. Non è successo e adesso, come Stato, come comunità, dobbiamo farcene carico. Ma, ripeto: si sta innescando un cortocircuito pericoloso, secondo cui poiché la famiglia Cucchi ha subito un danno ingiusto qualcuno debba pagare anche se la sua responsabilità non è stata pienamente accertata”.