Stefano Leo, Said Mechaquat avrebbe dovuto essere in carcere il giorno dell’omicidio

di redazione Blitz
Pubblicato il 5 aprile 2019 6:35 | Ultimo aggiornamento: 5 aprile 2019 0:02
Stefano Leo, Said Mechaquat avrebbe dovuto essere in carcere il giorno dell'omicidio

Stefano Leo, Said Mechaquat avrebbe dovuto essere in carcere il giorno dell’omicidio (Foto Ansa)

TORINO  –  Said Mechaquat, il giovane di 27 anni che domenica 31 marzo si è consegnato alle forze dell’ordine e ha confessato l’omicidio di Stefano Leo ai Murazzi di Torino, il 23 febbraio, giorno dell’uccisione, avrebbe dovuto essere in carcere. 

Nel 2018, infatti, era diventata definitiva una condanna a un anno e sei mesi per maltrattamenti in famiglia. Senza condizionale. Tra la Corte d’appello e la procura, però, si è verificato un corto circuito e l’ordine di carcerazione non è mai stato spiccato.

Cosa sia successo a Palazzo di Giustizia è ancora difficile da ricostruire. Fonti interpellate dall’ANSA affermano che in procura le carte non sono arrivate. Che il 23 febbraio non c’erano.

Said era stato condannato in primo grado nel 2015 per le botte e i soprusi cui sottoponeva la compagna. Il suo ricorso in appello è stato giudicato inammissibile nel 2018. A quel punto, in base alle norme, la Corte avrebbe dovuto rinviare la palla alla procura presso il tribunale. Ma a quanto pare non è successo.

Che dovesse finire in carcere già nel 2018 lo diceva la mancanza della condizionale (l’imputato aveva dei precedenti) e anche il coinvolgimento di un minorenne nella vicenda dei maltrattamenti, cosa che impedisce al condannato di chiedere sospensioni o misure alternative alla detenzione.

Ma Said era libero. Così, secondo le sue stesse ammissioni, il 23 febbraio si è appostato in un vialetto alberato in riva al Po e ha atteso pazientemente che passasse qualcuno da uccidere. “Volevo togliere il futuro a un ragazzo come me”, ha detto ai carabinieri, dopo avere passato un altro mese a piede libero.

Non è la prima volta, negli ultimi anni, che a Torino i riflettori si accendono sulla Corte d’appello. La cronica scarsità del personale e la quantità dei fascicoli da smaltire sono da tempo un problema. Il record nei ritardi è probabilmente stato segnato nel 2016, quando fu discusso un processo per una rapina commessa a Novara nel 1994 (il bottino era ancora in lire).

Nel febbraio del 2017 i magistrati chiesero pubblicamente “scusa al popolo italiano”, in piena udienza, perché un fascicolo per violenza sessuale era caduto in prescrizione. Nel settembre successivo subì la stessa sorte un caso di stupro su un minore vecchio di 16 anni. (Fonte: Ansa)