Studio sulla Tav: problema non è il tunnel ma l'identità della valle

Pubblicato il 17 Marzo 2012 20:05 | Ultimo aggiornamento: 17 Marzo 2012 21:34

PARIGI, 17 MAR – Il vero problema dei manifestanti no-Tav non e' tanto il tunnel in se' ma il sentimento di una perdita d'identità' di queste vallate: lo sostengono due ricercatori francesi del dipartimento di geografia dell'Università' di Savoia a Annecy, Xavier Bernier e Kevin Sutton, autore di una tesi su 'Le nuove traversate alpine', in un'analisi delle motivazioni sociologiche e geografiche della protesta.

''La protesta – spiega all'ANSA Bernier, che e' anche ricercatore del Cnrs, il Centro della ricerca scientifica francese – e' rivelatrice di qualcosa di più profondo del semplice rifiuto del progetto della Torino-Lione, che va cercato nel sentimento di integrazione più o meno forte delle popolazioni locali nel territorio italiano, alpino e europeo, e mette in causa l'identità di queste vallate''. E aggiunge: ''Si pensa che il problema sia l'infrastruttura, poi emerge anche un discorso contro il governo e del deficit di democrazia e alla fine si scopre che il problema vero e' quello indentitario''. E ancora: ''La Torino-Lione non e' altro che una cassa di risonanza di una moltitudine di altri problemi''.

Per Bernier il movimento no-Tav e' un processo di rifiuto, che in geografia e sociologia si definisce la sindrome Nimby, acronimo di 'Not in my back yard'(Non nel mio cortile, ndr). Si intende cioè l'atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio le grandi vie di comunicazione. In Val di Susa c'e' pero' una particolarità: ''L'atteggiamento di rifiuto contro la costruzione del tunnel – prosegue – e' anche una reazione di rifiuto nei confronti della capitale, dell'estero, di Bruxelles. C'e' il sentimento di perdere la propria identità nella costruzione dell'Europa e attraverso la costruzione di queste infrastrutture''. Sutton ricorda che lo slogan dei manifestanti no-Tav e' 'Ne' qui ne' altrove': ''Si tratta cioè di un'opposizione di principio, e' la negazione dell'idea che il progetto possa creare investimenti, impiego e opportunità'''. Anche secondo lui la protesta no-Tav ''e' rivelatrice di ''un malessere e un disagio profondi, c'e' una crisi d'identità' e un problema di integrazione''. In Francia, osserva il ricercatore, la protesta no-Tav non e' stata cosi' importante e in generale ci si e' schierati a favore del progetto perché' ''da subito c'e stato un dibattito pubblico che ha coinvolto i responsabili politici locali, le associazioni e cittadini. Invece in Val di Susa questo dibattito all'origine del progetto non c'e' stato. Solo nel 2006 si e' creato l'Osservatorio tecnico''. ''Nel mio studio – prosegue Sutton – emerge che le parole piu' usate dai no-tav per commentare il progetto sono 'arroganza' e 'l'acqua' che hanno già sacrificato per diversi progetti, come le centrali idroelettriche, destabilizzando il calendario agricolo della valle''. E conclude: ''Per i no-Tav la Lione Torino si aggiunge a tutti questi precedenti interventi e non ne vedono i vantaggi ne' in termini di occupazione, ne' di ricadute economiche''.