Tangente Eni: 1 miliardo per giacimento petrolio in Nigeria? “Tutto regolare”

Pubblicato il 12 settembre 2014 8:22 | Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2014 21:34
Tangente Eni: 1 miliardo per giacimento petrolio in Nigeria? "Tutto regolare"

Dan Etete, ex ministro del petrolio della Nigeria: è all’origine del giro di tangenti che ha coinvolto anche Eni

MILANO – Per la Procura della Repubblica di Milano Eni ha pagato una tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari per acquisire la concessione di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Per chi doveva prendere una fetta della “tangente” invece si trattava di una normale e regolare intermediazione commerciale e il fatto che la somma pattuita, non il miliardo e rotti di dollari ma più di 100 milioni comunque, è all’origine di una causa davanti a un tribunale di Londra, la  «Southwark Crown Court». La Corte, nell’udienza di mercoledì 10 settembre 2014 ha deciso due cose:

ha sequestrato 190 milioni di dollari a un intermediario nigeriano, Emeka Obi;

 ha convocato per lunedì 15 settembre una udienza alla quale, potrà intervenire chi ritenga di avere titolo sui 190 milioni in sequestro.

Brutto colpo per Obi, che nel novembre 2013 aveva ottenuto la somma dopo aver vinto una causa contro l’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete e aveva depositato quei soldi in due depositi svizzeri rispettivamente di 110 e di 80 milioni di dollari.

Ma brutto colpo anche per l’Eni. Dietro il sequestro deciso a Londra c’è l’iniziativa dei pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro e il nuovo capo esecutivo dell’Eni stesso, Claudio Descalzi, si è visto recapitare un avviso di garanzia basato sull’assunto che quando la tangente veniva fissata lui era coinvolto nel negoziato in quanto capo della divisione dell’Eni preposta alla esplorazione e alla estrazione del petrolio.

In Italia è reato dare soldi all’estero per concludere affari, anche se con paesi come la Nigeria senza tangenti è difficile fare qualsiasi affare. Così fan tutti, ma negli altri Paesi nostri concorrenti, come Francia, Inghilterra, Usa, o sono più bravi a farlo e a coprirsi o c’è più distrazione da parte degli organi investigativi.

In ogni caso, Eni, indagata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, ci ha tenuto a ribadire

“la sua estraneità da qualsiasi condotta illecita”, assicurando la “massima collaborazione alla magistratura”.

In precedenza, la posizione di Eni era quella presa nelle assemblee e in una audizione di Scaroni in Senato:

«Totale correttezza» perché «come sempre non abbiamo dato una lira a nessuno, non abbiamo usato intermediari, e abbiamo fatto la transazione solo con lo Stato nigeriano»

Secondo i pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, da quel che si è potuto capire leggendo quanto hanno riferito il Corriere della Sera e l’agenzia di Stampa Ansa, la tangente pagata dall’Eni non sarebbe comunque stata di 190 milioni di dollari ma di un miliardo e 92 milioni, assumendo che l’intera cifra sia servita a pagare vari intermediari.

La ricostruzione che ha fatto per l’Ansa Igor Geganti, è questa:

“Una presunta maxi-tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari sarebbe stata pagata da Eni per l’acquisto della concessione del giacimento petrolifero ‘Opl-245’ in Nigeria.

La ‘fetta’ più consistente, circa 800 milioni, sarebbe stata ripartita tra politici e intermediari africani, mentre la restante parte, circa 200 milioni, sarebbe stata destinata a mediatori e manager italiani e europei.

È un nuovo capitolo di presunta corruzione internazionale con al centro il colosso dell’energia e su cui sta lavorando la Procura di Milano che ha iscritto nel registro degli indagati anche il nuovo ad del ‘cane a sei zampe’, Claudio Descalzi, e Luigi Bisignani. I pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro sono anche riusciti a bloccare una parte della presunta ‘maxi-stecca’, circa 193 milioni di dollari.

Gli inquirenti, infatti, hanno chiesto e ottenuto nei mesi scorsi il sequestro in Svizzera di circa 110 milioni e mercoledì le autorità inglesi, sempre su richiesta della Procura, hanno ‘congelato’ altri 83 milioni.

Descalzi, nominato solo qualche mese ad di Eni dal Governo Renzi, è indagato per corruzione internazionale per presunti fatti commessi nel 2011 quando era a capo della Divisione Exploration & Production.

Tra gli indagati figurano anche l’ex ad Paolo Sacroni e il nuovo responsabile della Divisione esplorazioni, Roberto Casula.

Agli atti dell’inchiesta, da quanto si è saputo, ci sono, oltre a scambi di e-mail, anche alcune intercettazioni tra Bisignani – che avrebbe avuto un ruolo da mediatore nell’affare, assieme al procacciatore d’affari Gianluca Di Nardo (indagato) – e Descalzi”.

Ha spiegato Luigi Bisignani:

“Ho avuto solo modo di segnalare anni fa all’Eni un’opportunità che mi veniva rappresentata e che è stata peraltro accantonata e sono quindi rimasto assolutamente estraneo ad ogni trattativa e a qualsiasi tipo di accordo e di remunerazione”.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, invece, riferisce Igor Greganti, tutta l’operazione di acquisto della concessione del campo di esplorazione petrolifera ha alla base una sorta di “anomalia genetica”: l’ex ministro nigeriano Dan Etete, infatti, alla fine degli anni ’90 si ‘auto-assegnò’ la concessione del giacimento a costo zero, tramite la società Malabu e attraverso prestanome. E ciò diede origine all’epoca anche ad una serie di cause tra Malabu, l’ex ministro e il governo nigeriano che voleva riprendersi l’utilizzo della concessione. Governo che riuscì a revocare quella concessione, ma poi nel 2006 la assegnò nuovamente a Malabu.

Nel 2011, sempre stando a quanto ricostruito dalle indagini, Eni ha acquistato dal governo nigeriano la concessione per 1 miliardo e 92 milioni di dollari, una cifra che, però, gli inquirenti contestano tutta come presunto prezzo della corruzione internazionale. Secondo l’accusa, infatti, il management di Eni ha versato la cifra su conti londinesi del governo nigeriano, sapendo tuttavia che parte di quei soldi, circa 800 milioni di dollari, sono stati poi effettivamente versati a Malabu tra la primavera e l’estate del 2011.

Secondo le indagini, proprio Malabu è stata utilizzata, in sostanza, come società ‘schermo’ o ‘paravento’ per il meccanismo corruttivo e, in particolare, per far arrivare le presunte mazzette a politici nigeriani e ad una serie di intermediari e manager, anche in Italia.

Quei 190 milioni, rintracciati e bloccati su conti londinesi ed elvetici riconducibili alla società Malabu, sarebbero, dunque, solo una parte della presunta maxi-tangente da oltre un miliardo.

Sugli 80 milioni sequestrati dalle autorità inglesi lunedì prossimo davanti alla Southwark Crown Court di Londra si terrà un’udienza nella quale i difensori potranno opporsi al blocco dei soldi” e anzi

“potrà intervenire chi ritenga di avere titolo sui 190 milioni in sequestro”,

secondo l’espressione di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, che ha così ricostruito la vicenda: 

Il mediatore nigeriano Obi, che con Di Capua era intervenuto nella prima negoziazione fallita, a Londra fa causa all’ex ministro del petrolio Etete che non gli riconosce il compenso dovutogli per la mediazione che Obi e Di Capua sostengono di avere svolto in maniera decisiva per l’affare concluso dall’Eni.

Nel 2013 Londra dà ragione a Obi e costringe la Malabu a versare a Obi 110 milioni (mentre di altri 80 Obi sostiene che in parte siano per Di Capua). Il mediatore nigeriano deposita infatti copioso materiale per dimostrare di aver avuto il ruolo che rivendica: e spuntano anche moltissimi sms e email con Descalzi, nonché incontri come la cena (Obi, Agaev, Etete e Descalzi all’Hotel Principe di Savoia di Milano) che ad avviso dei giudici inglesi «rappresentava un avanzamento significativo per la società Malabu e dimostrava a Etete quello che le entrature di Obi dentro l’Eni potevano fare ottenere alla Malabu». 

 Fin dal 2010 si sapeva che Eni, per negoziare con la Malabu (società nigeriana senza alcuna struttura ma titolare del tesoro di concessione), avesse tessuto contatti anche con mediatori e consulenti.
Lo si sapeva per intercettazioni di 4 anni fa nell’inchiesta dei pm napoletani Curcio e Woodcock sulla galassia-Bisignani (il quale alla fine patteggerà per altre vicende 1 anno e 7 mesi per associazione a delinquere, favoreggiamento, corruzione e rivelazione di segreto): dalle spiegazioni di Bisignani e Scaroni era infatti emerso che nel 2010 l’ex ministro nigeriano Etete aveva mobilitato un suo contatto italiano, Di Capua, per piazzare al meglio la concessione petrolifera lucrata anni prima dietro lo schermo della Malabu.
Di Capua aveva subito coinvolto Bisignani e Bisignani aveva interceduto con Scaroni, il quale lo aveva introdotto a Descalzi, allora capo divisione Oil. Le intercettazioni coglievano Descalzi preavvisare Bisignani che un certo giorno l’affare in Nigeria sembrava concluso, e Bisignani subito avvisava Di Nardo. Ma questo prima schema di trattativa diretta con la società nigeriana Malabu naufraga e l’affare non va in porto, con grande irritazione (pure intercettata) di Di Capua e Bisignani.
A novembre 2010 comincia invece il secondo «tempo» ufficiale: la trattativa diventa indiretta e in teoria super trasparente perché Eni non ricorre a intermediari, ma tratta esclusivamente con il governo nigeriano che si offre poi di girare i soldi alla società Malabu, regolando i tanti aspri contenziosi locali. Ed è quindi solo al governo che nell’aprile 2011 Eni paga il prezzo di 1 miliardo e 90 milioni di dollari, mentre Shell ne versa altri 200. Il massimo della trasparenza? La causa civile a Londra nel 2013 sembra farne dubitare.
Il colpo di scena londinese spariglia le carte che sembravano in tavola a Milano almeno fino a luglio, allorché i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro avevano notificato a Eni (per responsabilità amministrativa in base alla legge 231) una informazione di garanzia che non aveva granché allarmato il colosso dell’energia, sicuro nel rimarcare che «l’unico interlocutore dell’operazione era stato il governo nigeriano, senza intervento di alcun intermediario».
Indagato a Milano era del resto solo Gianluca Di Capua, procacciatore d’affari amico di Luigi Bisignani, a sua volta ascoltato solo come teste al pari di Scaroni. Adesso invece, sulla scorta di sopraggiunti elementi, non solo sono stati indagati Descalzi-Scaroni-Bisignani, ma la Corte di Londra supporta il sequestro dei 190 milioni nigeriani con l’orientamento che davvero possa esserci stata una corruzione Eni di pubblici ufficiali africani (come l’ex ministro Etete e il figlio dell’ex presidente Abacha) tramite intermediari nigeriani (Obi), russi (Agaev) e italiani (Di Capua e Bisignani). 
Sarebbe dunque una megatangente del 19% sul prezzo del giacimento a sovrapporre nello stesso «film» illecito due «fotogrammi» che invece la storia ufficiale della negoziazione descriveva appartenere a due «film» diversi e leciti”.