Tavolino selvaggio: clan sfruttano immigrati, lavapiatti “proprietari” di locali

Pubblicato il 11 settembre 2014 17:35 | Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2014 17:35
Tavolino selvaggio: clan sfruttano immigrati, lavapiatti "proprietari" di locali

L’articolo di Elena Panarella sul Messaggero

ROMA – Immigrati presi dai centri di accoglienza, fatti lavorare sottocosto come lavapiatti e usati come prestanome per nascondere i veri proprietari di diversi locali e ristoranti del centro storico di Roma, ovvero personaggi legati a clan di camorra e di ‘ndrangheta. L’indagine partita dalle proteste di “tavolino selvaggio”, la rivolta di alcuni ristoratori contro i limiti messi dal Comune guidato da Ignazio Marino all’occupazione di suolo pubblico (con i tavolini, appunto), sta rivelando il “lato oscuro dell’amatriciana”, la faccia nascosta di ristoranti, trattorie e pizzerie posizionati in un punto strategico acchiappaturisti come la zona intorno a Piazza Navona.

Elena Panarella sul Messaggero parla di una “ramificazione societaria complessa, un classico gioco di scatole cinesi, una struttura costruita ad arte su un albero di prestanomi per rendere difficili le indagini degli investigatori e i collegamenti con i clan. È quello che ci sarebbe dietro alcuni personaggi (soci e proprietari) di diversi locali del centro storico”.

La rete che gli inquirenti stanno tenendo d’occhio è quella fra cooperative di servizi sociali, centri d’accoglienza per immigrati, locali del centro e appalti del Comune:

Ma dietro c’è anche altro: appalti e concessioni comunali. Alcuni di questi personaggi avrebbero stipulato contratti ancora in essere con i Servizi Sociali del Campidoglio per la gestione di centri di accoglienza per immigrati. Si tratta di realtà affidate a privati o cooperative i cui titolari sono persone, che secondo gli investigatori, sarebbero riconducibili o vicine a soggetti legati alla criminalità organizzata – camorra e ’ndrangheta – e che controllerebbero diversi locali attraverso dei prestanome. Perlopiù immigrati, dipendenti delle stesse attività commerciali.

«Una delle particolarità di questi centri di accoglienza è che le fatture sulle forniture, come quelle degli alimenti e bevande – racconta un testimone che proviene da quell’ambiente – convergono su altre società. Insomma, i bilanci dei locali legati a questi personaggi vengono “appesantiti” con fatture di prodotti che vanno dritti, dritti a questi centri di immigrazione». Ecco la faccia “pulita” della criminalità, quella che si confonde tra la gente, quella che entra nei meccanismi sociali e cerca di non dare nell’occhio. Quella che si fa impresa. Ma che dietro ha tutt’altro. «L’anno scorso gli stessi personaggi hanno acquistato con la promessa di pagarne i debiti alcuni locali – continua – Ovviamente promessa non assolta. E lo hanno fatto usando il solito escamotage, e cioè mettendo come soci e amministratori unici alcuni immigrati, i loro lavapiatti». E aggiunge: «I ristoratori onesti sono stanchi di dover subire di rimbalzo questo schifo. Questi personaggi non pagano nessuno e stanno facendo fallire tante persone che per paura oggi fanno un passo indietro. Per non parlare poi delle truffe ai fornitori di bibite che sembrerebbero indirizzate a favorire un regime di monopolio».

Intanto i commercianti, dopo il blitz e i provvedimenti della municipale, sono sul piede di guerra. Nei giorni scorsi per le strade attorno a piazza Navona sono comparsi decine di volantini con la scritta: «Basta! Manifestiamo contro l’abuso e la prepotenza dell’amministrazione comunale e dei suoi esecutori: i vigili urbani». Appuntamento questa mattina al Campidoglio: «portate dipendenti, fornitori, famiglie e clienti». Proprio oggi (giorno della protesta e settimo giorno dalla notifica dei vigili) quattro o cinque locali della zona tra Tor Millina, via dell’Anima dovranno chiudere l’attività per cinque giorni. Mentre sono più di cinquanta i provvedimenti di rimozione dei tavolini notificati ai commercianti.