Terremoto L’Aquila 2009-2019, intervista a Maurizio Pignone (INGV): “In Italia un terremoto 6,1 provoca una strage. In Giappone…”

di Gianluca Pace
Pubblicato il 5 aprile 2019 10:44 | Ultimo aggiornamento: 5 aprile 2019 18:49
Terremoto L'Aquila 2009-2019, l'intervista a Maurizio Pignone (INGV) (foto Ansa)

Terremoto L’Aquila 2009-2019, l’intervista a Maurizio Pignone (INGV). Nella foto Piazza Regina Margherita (ex sede del Palazzo Civico) dell’Aquila (foto Ansa).

ROMA – Dieci anni. Tanto è passato dal terremoto che colpì L’Aquila il 6 aprile del 2009. Terremoto che provocò 309 morti.

Ma perché l’Italia, terra notoriamente ad alta sismicità, sulla prevenzione sismica è ancora lontana da paesi molto sismici come il Giappone?

“La storia sismica dell’Italia – mi spiega il ricercatore Maurizio Pignone dell’INGV – sicuramente è una storia importante ma non come quella del Cile, del Giappone, della California, della Grecia o della Turchia. Lì abbiamo avuto dei terremoti più forti e dove ci sono stati terremoti più forti di solito si è lavorato bene e meglio sulle infrastrutture”.

“I terremoti italiani – prosegue – hanno una caratteristica importante: sono per lo più superficiali. Cioè avvengono a dieci, quindici chilometri di profondità. E molto spesso le faglie che producono questi terremoti sono sotto i centri abitati storici. La faglia del terremoto de L’Aquila era praticamente sotto la città. E questo ha prodotto degli effetti maggiori”.

La sequenza sismica dell'Aquilano nel 2009 (fonte INGV)

La sequenza sismica dell’Aquilano nel 2009 (fonte INGV)

In Giappone un terremoto del genere sarebbe passato inosservato?

“Questo è sicuro”.

Allora qual è il problema dell’Italia?

“Lei conosce la formula con cui si calcola il rischio sismico? Il rischio è il prodotto di tre fattori. Se parliamo di rischio sismico il primo fattore è la pericolosità sismica. La probabilità, quindi, che in un determinato periodo di tempo un territorio venga colpito da un evento sismico che produce un certo tipo di accelerazioni. Il calcolo di questa probabilità è uno degli argomenti di studio che l’INGV svolge nelle sue attività di ricerca. Per esempio nel 2004 è stata realizzata la mappa di pericolosità sismica sul territorio nazionale. Mappa nella quale vengono indicate le località dove ci dobbiamo aspettare dei terremoti nei prossimi 50 anni”.

“Poi – mi spiega –  c’è il valore esposto. Cioè tutto quello che è presente sul territorio e che può essere danneggiato a causa del terremoto. Quindi le vite umane, le infrastrutture, gli edifici e anche il tessuto sociale. Il terzo fattore del prodotto del rischio sismico è la vulnerabilità: per esempio quanto un edificio è vulnerabile a un evento sismico”.

“Come – continua – possiamo ridurre il rischio sismico? Essendo una moltiplicazione basterebbe ridurre a zero uno di questi tre fattori. Posso azzerare la pericolosità? No. Perché rappresenta una caratteristica intrinseca della natura geologico-strutturale di un territorio. Possiamo azzerare il valore esposto? Ci sarebbe un solo modo: andare via, abbandonare le aree dove c’è la probabilità che ci siano forti terremoti. Neanche il Giappone lo ha fatto. Il terzo fattore, la vulnerabilità delle infrastrutture, può essere azzerato? Teoricamente sì. Si dovrebbe rendere questo valore il più basso possibile. Come? Costruendo bene. Costruendo seguendo i criteri della normativa antisismica. La mappa di pericolosità sta alla base della nuova normativa. Quindi teoricamente se noi costruissimo secondo le norme il terremoto non dovrebbe far crollare i palazzi. Non dovrebbe. Perché poi i fattori sono variabili”.

Certo che poi la prevenzione non sempre basta. “Il Giappone, ad esempio, che è un paese all’avanguardia al mondo in materia di prevenzione strutturale antisismica e da maremoto ha avuto nel 2011 un terremoto in mare che ha superato il valore 9 di magnitudo. Circa 30mila volte più energetico di quello de L’Aquila. Le vittime in seguito al terremoto sono state pochissime. Però si è rischiato un incidente nucleare molto importante. Cosa è successo? I giapponesi si aspettavano delle onde di maremoto alte sette o otto metri, e a protezione della centrale avevano messo delle barriere proprio di quell’altezza. Tuttavia a seguito del terremoto è arrivata un’onda che ha superato i venti metri. La prevenzione sicuramente è un’arma estremamente efficace ma potrebbe anche non bastare perché l’evento eccezionale può sempre verificarsi”.

SPECIALE TERREMOTO L’AQUILA 2009-2019