Terremoto a L’Aquila. Ricostruzione ferma: quasi 38 mila persone ancora in alloggi provvisori

Pubblicato il 4 Aprile 2011 13:43 | Ultimo aggiornamento: 4 Aprile 2011 13:43

terremoto l aquilaL’AQUILA – A quasi due anni dal terremoto che ha scosso L’Aquila la ricostruzione della città è ad un punto morto: finito il clima emergenza che ha portato alla costruzione di soluzioni abitative, i Map, in tempi record, nulla è stato invece fatto dalle autorità per favorire la ricostruzione del centro della città, non solo luogo geografico, ma nodo fondamentale per la vita sociale, economica e culturale di una città che deve ripartire da zero. L’ordinanza che sarà emessa nei prossimi giorni è molto attesa dai cittadini che vogliono ricominciare a vivere, e dovrebbe stabilire le modalità di presentazione dei progetti all’approvazione per poter ottenere i rimborsi.

I cantieri aperti al di fuori della zona rossa sono ancora molti, e il territorio privo del suo centro è assimilabile ad una grande periferia, dove le persone che hanno bisogno di assistenza nella ricostruzione sono ancora 37.722, un numero alto nonostante siano 15 mila in meno rispetto al 2010. Quasi 23 mila persone ad oggi risiedono nelle 19 new town realizzate con gli alloggi Map, mentre circa 13 mila beneficiano del contributo di autonoma sistemazione di 200 euro mensili a persona, ma sono ancora 1.328 coloro che abitano in strutture ricettive e nelle caserme.

La burocrazia italiana è ad oggi l’ostacolo maggiore: i tempi di autorizzazione della ricostruzione sono dilatati e l’ufficio comunale competente non sembra voler aumentare i ritmi per velocizzare l’approvazione di pratiche e progetti, il cui numero aumenterà quando l’ordinanza sarà emessa, poiché con essa i 15 mila della fascia E, quella delle case più danneggiate, potranno presentare le proprie richieste.

Le difficoltà di ripresa da parte delle città de L’Aquila appaiono sempre più evidenti se si considera che lo storico cementificio Sacci di Cagnano Amiterno, che sorge in prossimità del “cantiere più grande d’Europa”, sarà costretto a porre in mobilità alcuni suoi operai, perchè “non c’è lavoro a sufficienza”, ha spiegato l’azienda nella trattativa con i sindacati. Così Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil, spiega che se la disoccupazione prima del sisma si attestava al 7,5 percento, oggi ha raggiunto l’11 per cento, un dato che comunque “non comprende i lavoratori in cassa integrazione, mobilità o che comunque usufruiscono di ammortizzatori sociali”.

Il prodotto interno lordo è ormai fermo e la crescita è nulla, per una ripresa che il governo ha promesso e tanto decantato, ma che non ha saputo mantenere concretizzare e mantenere. La situazione ha unito industriali e sindacato in un fronte comune: “nell’emergenza sono state fatte cose straordinarie. Poi però tutto si è fermato. Aver dato un tetto alla gente realizzando una periferia diffusa non vuol dire rilanciare l’economia. La ricostruzione “pesante” non è neanche partita”, ha osservato Antonio Cappelli, direttore di Confindustria.

Cappelli ha poi sottolineato come altro fattore su cui la ricostruzione dovrebbe puntare è quello di riportare i giovani e gli studenti nella città, proposito che non ha avuto l’esito sperato con il semplice azzeramento delle tasse universitarie. “Il sistema università fra affitti di fuorisede, consumi e servizi, generava un flusso finanziario compreso fra i 220 e i 230 milioni di euro all’anno. Adesso si è quasi azzerato”, ha spiegato Cappelli. Zero crescita, zero giovani, zero prospettive: a due anni dal terremoto si azzera la speranza della ricostruzione e la rinascita della città in tempi di risposta dello stato decisamente troppo dilatati.

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