Terremoto, la moglie di Massimo Dell’Orso: “Ci avevano tolto anche la casetta”

di redazione Blitz
Pubblicato il 3 maggio 2018 11:22 | Ultimo aggiornamento: 3 maggio 2018 11:22
Terremoto, la moglie di Massimo Dell'Orso: "Ci avevano tolto anche la casetta"

Terremoto, la moglie di Massimo Dell’Orso: “Ci avevano tolto anche la casetta”

TERAMO – “Ci avevano tolto anche la casetta”. E’ il grido disperato di Stefania Servili, la moglie di Massimo Dell’Orso, l’ex titolare di B&B a Castelsantangelo sul Nera danneggiati dal terremoto del Centro Italia morto suicida nella notte tra lunedì e martedì.

Si è gettato da una finestra del loro appartamento ad Alba Adriatica, dove si era trasferito con la moglie a sue spese, non avendo più diritto al Cas, i centri di accoglienza straordinaria per i terremotati. Oggi, mercoledì 3 maggio alle ore 15 si terranno i funerali al cimitero di Castelsantantelo sul Nera.

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Dell’Orso, che lavorava al centro faunistico del Parco dei Sibillini, non ha retto all’angoscia per alcuni problemi fisici ma anche per gli effetti devastanti del sisma che aveva danneggiato oltre ai tre bed&breakfast che gestiva, anche la sua casa. Aveva rinunciato alla soluzione abitativa d’emergenza e dunque al contributo di autonoma sistemazione, in attesa del via libera alla delocalizzazione della propria attività ricettiva che si trovava in frazione Vallinfante.

A raccontare l’esasperante burocrazia che lo ha gettato nella disperazione è proprio la moglie, che al Resto del Carlino dice “Ce l’avranno sulla coscienza”. Ecco alcuni stralci della straziante intervista:

Perché non potevate avere una casetta?
«Noi l’avevamo chiesta la Sae (soluzione abitativa d’emergenza), prima che uscisse la legge che comprendeva anche i bed and breakfast. Poi, quando sono appunto stati inseriti, ci è stato detto che dovevamo rinunciare alla Sae se volevamo chiedere la delocalizzazione delle nostre attività, che stavano a Vallinfante. E così abbiamo fatto. Ma pensavano che l’iter per la delocalizzazione fosse più veloce, invece ci siamo trovati in mezzo alla strada».

Avete chiesto informazioni sulla procedura?
«Sì, e non solo. Abbiamo cercato di andare per gradi, abbiamo anche scritto una lettera al commissario alla ricostruzione De Micheli, ma lei ha risposto sul tema alla Regione dicendo che le leggi sono quelle. Noi, semplicemente, avevamo chiesto la possibilità di stare nella casetta finché non fosse arrivato l’ok alla delocalizzazione. Ma siamo rimasti tagliati fuori. Abbiamo perso anche il Cas, il contributo di autonoma sistemazione».

Non vedevate l’ora di tornare?
«Lui non poteva stare lontano da lì. Amava la natura, era innamorato del Parco. Lontano, sulla costa, si sentiva un lupo in gabbia. Noi non abbiamo scelto di rinunciare alla Sae, e questo va detto. Siamo stati costretti. Se fossimo stati nella casetta a Castelsantangelo, questo non sarebbe successo. Ce lo devono avere sulla coscienza, mio marito».

Come siete andati avanti, avendo perso tutto?
«Ci restava solo il piccolo contributo del centro faunistico dove lui lavorava, era anche responsabile dell’ecomuseo e faceva attività di ricerca faunistica. Ultimamente tornavamo in paese circa due volte a settimana a dare da mangiare al lupo Merlino. Ma il centro faunistico era tutto da sistemare. E lui aveva perso la speranza, aveva perso la fiducia. Si è visto come vanno le cose lassù. Pare che non ci sia proprio la volontà di far ripartire il territorio distrutto».

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