Testamento biologico. 2 anni di vita, lettera morta: 70 % non sa che esiste

di Riccardo Galli
Pubblicato il 13 dicembre 2018 9:02 | Ultimo aggiornamento: 13 dicembre 2018 9:02
Testamento biologico. due anni di vita, lettera morta: 70 % non sa che esiste

Testamento biologico. 2 anni di vita, lettera morta: 70 % non sa che esiste (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Biotestamento, questo sconosciuto… Ad un anno dalla sua introduzione nel nostro ordinamento, il biotestamento resta sostanzialmente un oggetto misterioso per la stragrande maggioranza degli italiani. Il 70% di noi infatti o non sa assolutamente cosa sia o, nella migliore delle ipotesi, ne ha una conoscenza superficiale. E nei dodici mesi trascorsi dalla sua comparsa in Gazzetta Ufficiale ad oggi, i fondi a lui dedicati sono stati più che dimezzati.

I dati, sconfortanti, sullo stato del biotestamento in Italia li fornisce un’indagine commissionata da Vidas, associazione di assistenza gratuita ai malati terminali, e presentata a Milano proprio in occasione del primo compleanno di quello che in realtà, tecnicamente, si chiama Dat: acronimo di disposizione anticipata di trattamento. E’ forse allora il caso di ricordare innanzitutto cos’è il biotestamento che molti confondono impropriamente con l’eutanasia con cui, invece, non ha nulla a che fare.

Il Dat, come dice il nome, è un documento attraverso cui ognuno di noi può esprimere in anticipo la propria volontà circa i trattamenti che vuole o non vuole ricevere in caso di malattie invalidanti per cui non si sia più in grado di esprimere le proprie volontà. Nulla a che vedere quindi con l’eutanasia e nemmeno con il suicidio assistito.

Attraverso il biotestamento si può infatti solamente indicare, possibilmente nominando un fiduciario che sia custode ed esecutore delle volontà espresse, se si vuole essere sottoposti a cure ‘inutili’ o meno (cure cioè che non possono portare a guarigione) e come comportarsi in caso di una vita legata alle macchine. Approvato definitivamente il 14 dicembre dello scorso anno ed entrato in vigore il 31 gennaio successivo, il biotestamento sconta oltre all’ignoranza degli italiani anche i ritardi della pubblica amministrazione. Pochi infatti i comuni che si sono dotati del registro e tante, invece, le difficoltà burocratiche che s’incontrano.

Senza contare poi che i 2 milioni di euro stanziati un anno fa per la creazione del registro unico delle Dat – mai entrato però realmente in funzione – si sono ridotti nell’ultima versione del Ddl di Bilanco a 400mila euro. Per questo appena il 28% degli intervistati, al netto di opinioni favorevoli o contrarie, sa di cosa si parla quando si parla di biotestamento mentre il 18% non ne sa nulla e il 54% ne ha sentito parlare solo superficialmente. Poco o a nulla servono quindi le battaglie di Marco Cappato e le storie come quella di dj Fabo sul fronte della sensibilizzazione dell’opinione pubblica che, sul tema, resta caratterizzata dall’ignoranza.

Un tema, quello del fine vita, delicato e per questo segnato e condizionato anche dalle convinzioni religiose. I contrari al biotestamento aumentano infatti tra chi crede e calano invece tra i laici. Ed un tema anche più caro, paradossalmente per alcuni versi, ai giovani. Sono infatti i più giovani i più informati mentre, giovani ed anziani, tendono entrambi a rimandare il momento della decisione sul proprio fine-vita. Appena 3 italiani su 10, sottolinea lo studio, pensano al loro futuro in questo senso mentre gli altri 7 preferiscono far finta di nulla.