Torino, offre figlia 13enne al suo amante: “Temevo diventasse lesbica”. Condannata a 4 anni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 dicembre 2017 14:16 | Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2017 14:49
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Torino, offre figlia 13enne al suo amante: “Pensavo fosse lesbica”

TORINO – Una mamma, 57 anni, italiana, è stata condannata dalla prima sezione penale del tribunale di Torino a quattro anni e sei mesi di reclusione per concorso in atti sessuali con minorenne. La donna, preoccupata per le frequentazioni della figlia tredicenne, prima ne favorì l’amicizia con un ragazzo di 18 anni ospitato in casa, poi diede “consenso e approvazione” a un rapporto sessuale dello stesso con la figlia.

 

I fatti sono avvenuti dal 2008 al 2010. E sono venuti a galla soltanto quando la ragazza, ormai quindicenne, è scoppiata a piangere a scuola durante la proiezione di un video sulla violenza di genere promosso da un’associazione legata ai servizi sociali. Si è confidata con la dirigente scolastica che ha chiamato la polizia municipale. Di lì è entrato in gioco il Tribunale dei minori. La giovane è stata allontanata dalla famiglia, ha vissuto per un anno e mezzo in comunità, poi si è trasferita a casa del padre.

La donna ha ammesso di avere avuto, ma solo una volta, una rapporto sessuale con il ragazzo e di aver agevolato il rapporto (“ma credevo che si limitassero ai baci”) perché temeva che la figlia diventasse lesbica.

Gli atti sessuali – secondo la ricostruzione dell’accusa – sono avvenuti in casa della ragazza e della mamma. Il giovane, che ha già patteggiato 2 anni per questa vicenda – all’epoca dei fatti era ospite della mamma della ragazzina per via del rapporto di amicizia tra le famiglie. La donna ha ammesso di avere avuto, ma solo una volta, una rapporto sessuale con il ragazzo perché temeva che la figlia diventasse lesbica.

Prima ci sarebbero stati i baci, poi via via approcci sempre più intimi, fino ai rapporti sessuali completi, “comunque consenzienti e di cui la mia assistita – spiega il legale Mencobello – non aveva consapevolezza”. Per il collegio – e per la legge – non l’aveva neanche la ragazza. La condanna sarà appellata.

 

 

 

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