Totò Riina, l’ultima foto: ecco come si era ridotto il capo dei capi di Cosa Nostra

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 novembre 2017 9:01 | Ultimo aggiornamento: 17 novembre 2017 9:01
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Totò Riina, l’ultima foto: ecco come si era ridotto il capo dei capi di Cosa Nostra

PARMA – Un vecchietto con il viso smagrito e i capelli bianchi tirati indietro: così appariva Totò Riina nell’ultima foto segnaletica resa pubblica. A mostrarla era stata, l’estate scorsa, la trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi Quarto Grado, su Rete4.

A settembre di quest’anno Riina, morto nella notte nel carcere di Parma, era stato immortalato da una videocamera di sorveglianza mentre assisteva, dal carcere di Parma, ad un processo che lo coinvolgeva in teleconferenza con Milano. Anche lì appariva magro e provato, ma sempre con lo sguardo fiero e la testa alta.

Nato a Corleone (Palermo) il 16 novembre del 1930 da un famiglia di contadini, Totò Riina aveva alle spalle solo qualche furto quando fece l’incontro che avrebbe cambiato per sempre la sua vita e quella di molti altri italiani. L’incontro fu quello con Luciano Liggio, all’epoca mafioso rampante che stava tentando di farsi strada.  Fu lui a farlo entrare in Cosa nostra.

Riina diventò presto il vice di Liggio, capoclan di Corleone. Nella banda, anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all’Ucciardone, dove era stato in gioventù per la prima volta per aver ucciso un coetaneo, per uscirne, dopo un’assoluzione per insufficienza di prove nel 1969.

Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l’Isola, scegliendo una latitanza durata oltre 20 anni. Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d’onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione.

L’ascesa in Cosa Nostra, ottenuta col sangue e la violenza (sarebbero oltre 100 gli omicidi in cui è coinvolto e 26 gli ergastoli a cui è stato condannato) è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l’ex segretario provinciale della Dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella.

Dopo la cattura di Liggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Farà poi allontanare quest’ultimo, accusandolo falsamente dell’omicidio di un capomafia nisseno.

Ma è negli anni ’80 che il ruolo suo e dei suoi, i viddani, i villani di Corleone che hanno sfidato la mafia della città, diventa indiscusso. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche. E’ la seconda guerra di mafia.

Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato, Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia. In poche settimane restano a terra decine di cadaveri.

Riina la belva , come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso della Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all’ergastolo durante il “maxiprocesso”, viene inchiodato dalle rivelazioni dei primo pentito di rango, Tommaso Buscetta. Totò “u curto” si vendica facendogli uccidere undici parenti.

Quando il maxiprocesso diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d’onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di redde rationem con la condanna dei nemici storici come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito.

La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti. E’ la stagione delle stragi che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa Nostra siano d’accordo. Il 12 marzo muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 Falcone e Borsellino.

Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo 24 anni di latitanza. La moglie, Ninetta Bagarella che ha trascorso con lui tutta la vita, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore, tutti nati in una delle migliori cliniche private di Palermo.

Gli ultimi periodi della latitanza la famiglia li trascorre in una villa degli imprenditori mafiosi Sansone, a due passi dalla circonvallazione. I carabinieri lo ammanettano poco lontano da casa: un arresto, il suo, su cui restano molti punti oscuri.

La versione ufficiale lo vuole “consegnato” da un suo ex fedelissimo, Baldassare Di Maggio, il pentito che poi avrebbe raccontato del bacio tra Riina e Giulio Andreotti. Ma sulla cattura del capo dei capi gravano ombre pesanti: a tratteggiarle sono gli stessi magistrati che dal 2012 lo processano per la cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il boss avrebbe avuto, almeno inizialmente un ruolo.

Sarebbe stato il compaesano, l’amico di una vita, Bernardo Provenzano, più cauto e, dicono i pentiti, contrario all’attacco allo Stato, a venderlo ai carabinieri barattando in cambio l’impunità. Con la morte del padrino restano senza risposte molte domande: sui rapporti mafia e politica, sulla stagione delle stragi, sui cosiddetti delitti eccellenti, sulle trame che avrebbero visto Cosa Nostra a braccetto con poteri occulti in una comune strategia della tensione. Riina non ha mai mostrato alcun segno di redenzione. Fino alla fine quando, al processo trattativa, citato dalla Procura è rimasto in silenzio.