Traffico di clandestini: fra egiziani e libici il mercato, Libia post Gheddafi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 ottobre 2013 10:16 | Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2013 10:17

Traffico di clandestini: fra egiziani e libici il mercato, Libia post GheddafiPerché aumentano gli sbarchi di clandestini in Italia?

Una spiegazione, con le altre di “matrice” criminale italiana, va cercata in Libia:

“La Libia di Gheddafi era mille volte più sicura della nuova Libia, o Libia libera, come la chiamano loro!”

racconta Gloria, arrivata a Tripoli dalla Nigeria nel 2007 con suo marito e i suoi quattro figli. Le sue parole (detto con “un ghigno”) sono state raccolte da Nancy Porsia per il Fatto:

“La Libia oggi più che mai non è un paese d’accoglienza. Con Gheddafi i migranti erano merce di scambio nelle negoziazioni con l’Europa”.

Suor Inma, che da 13 anni lavora il centro Caritas a Tripoli, racconta a Il Fatto:

“Durante il regime, dopo lunghe contrattazioni con i responsabili, riuscivamo ad entrare nei centri di detenzione per migranti, oggi no”.

Le parole riportate dal Fatto dovrebbero aiutare a capire meglio la situazione, dopo la grande emozione suscitata in molti dal naufragio di Lampedusa.

Sull’onda delle emozioni, in Italia si rischia di prendere decisioni poco ponderate, he spesso fanno solo danni. Così è stata la legge Bossi.-Fini, così sarebbe la sua abolizione se l’idea di Cécile Kyenge venisse adottata dal Parlamento, eliminando un reato che tutti i Paesi contemplano, democratici e autoritari, e dando via libera alla illegalità ancor più di quanto si a oggi.

Il problema va ben oltre l’attuale emergenza, che il Fatto così riassume:

“Dal 18 settembre, sulle coste italiane via mare sono arrivati 5.583 migranti, di cui 3.807 uomini, 703 donne e 1.073 minori. Gli sbarchi sono stati 45, di cui 36 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia e 1 in Sardegna. L’epicentro degli arrivi è stata proprio Lampedusa, con 13 sbarchi, che hanno portato sull’isola 1.998 persone (1.274 uomini, 274 donne e 450 minori). Stando alle nazionalità dichiarate dagli immigrati al momento dello sbarco, i più numerosi sono i siriani (2.075); seguono eritrei (1.280), palestinesi (428) e somali (317)”.

Dal macro al micro, Un trafficante di Zuwara, città berbera a est della capitale e noto punto di partenza dei migranti, ha raccontato a Nancy Porsia:

“Il traffico fa parte della nostra economia, tutti in famiglia hanno un trafficante. Non costringiamo nessuno e rispondiamo alla richiesta del mercato. Certo, bisogna garantire qualità, a esempio mettere a disposizioni imbarcazioni in buono stato e non sovraccaricarle di gente”.

All’inizio del business dei migranti, nel 2006, racconta,

“erano gli egiziani a gestire il traffico. A essi si sono aggiunti gli uomini d’affare libici. “Ma la differenza tra un viaggio organizzato da un libico e uno organizzato da un egiziano che risponde solo al dio denaro, la noti subito”, dice con orgoglio”.

Ed ecco il racconto di un profugo siriano, Rafhat Azima, di Damasco. E’ il racconto del suo primo tentativo, fallito, di viaggio verso l’Europa, stroncato bruscamente dal fuoco della Guardia Costiera Libica:

“Abbiamo camminato per ore in un bosco, io, mia moglie e i miei 3 figli. Era buio pesto. Avevo chiesto ad alcuni miei amici siriani di mettermi in contatto con chi organizza i viaggi in barca verso l’Europa. Dopo due giorni mi hanno detto che si partiva la notte stessa e che il viaggio costava 1000 dollari cadauno”.

“Erano i primi di settembre. Rafhat insieme con la sua famiglia ha raggiunto i trafficanti vicino Al Khoms, città a 100 chilometri a Est di Tripoli. “I trafficanti erano tutti libici. Ci hanno accompagnato in una casa in campagna abbandonata, dove siamo rimasti per circa 4 giorni”. Quella notte con Rafhat e la sua famiglia, c’erano un altro centinaio di persone, tra migranti e rifugiati siriani e eritrei. Tuttavia qui in Libia la differenza si arena nell’assenza di un trattato internazionale a tutela dei rifugiati. La sera del 6 settembre, è stato detto di incamminarsi per la foresta. Hanno percorso 5 chilometri. Arrivati in spiaggia, i trafficanti hanno distribuito la gente su due barche. Dopo circa mezz’ora dalla partenza, la barca partita contemporaneamente alla loro si è dileguata all’orizzonte”.

Ricorda Rafhat:

“Avevamo navigato forse per 20 chilometri quando la guardia costiera libica ha aperto il fuoco sull’imbarcazione”. Gli uomini in uniforme hanno intimato allo scafista di seguirli fino alla costa. Sono stati portati nel centro di identificazione, dove sono stati presi i loro nomi e poi lasciati andare. Rafhat ricorda di aver saputo che l’altra barca ce l’ha fatta: è arrivata a Lampedusa. Rafhat è tornato a Misurata, dove vive da circa un anno. “Nel viaggio, ho perso tutto quello che mi restava. Non ho più soldi neanche per pagare l’affitto”. Per Rafhat l’Europa è un chiodo fisso. In Libia non ci vuole restare “perché questo paese mi soffoca”.