Centrale idroelettrica del Vajont, i “sopravvissuti” non ci stanno: “Rischiamo una nuova tragedia”

Pubblicato il 25 Novembre 2010 20:26 | Ultimo aggiornamento: 25 Novembre 2010 20:58

Una centrale idroelettrica nella diga del Vajont? Una parte degli abitanti dei paesi coinvolti nel progetto (Castellavazzo, Longarone ed Erto e Casso) si sono però fermamente opposti. L’esondazione del Vajont, il 9 ottobre 1963, provocò più di duemila vittime. E proprio per questo il Comitato Sopravvissuti Vajont non è d’accordo con l’iniziativa.

Micaela Coletti, presidente del comitato, ha spiegato che “tutto è iniziato con acqua e soldi e in acqua e soldi rischia di finire. Dire che siamo contrari è poco: il posto è sacro e ha un valore che travalica i confini della nostra terra, un valore nazionale”.

Il Corriere delle Alpi, che aveva dato per prima la notizia, ha anche inserito sul proprio sito un sondaggio per chiedere ai lettori se sono d’accordo o meno con la costruzione della centrale.

Ecco alcuni estratti della lettera scritta dalla Coletti e indirizzata agli amministratori locali: “La tragedia del Vajont è iniziata per il benessere della comunità, anzi, per molte comunità, per il potere, per i soldi…ma quale comunità ha “goduto” di questo benessere, quali superstiti, quali sopravvissuti, soprattutto, hanno goduto dei benefici che la diga avrebbe dovuto portare? chi, dopo la tragedia, avendo perso tutti e tutto, ha avuto una casa, la prima cosa che ognuno dovrebbe avere, chi l’ha avuta…i sopravvissuti no, forse perché erano bambini e questa, a quanto pare, è stata e sarà sempre una nostra colpa…considerata colpa da coloro che erano in grado di gestire sia la massa di denaro che è arrivata, sia gli interessi di tutti e proprio a loro domando “ Perché non avete avuto il bisogno di pensare a coloro che, bambini, sono rimasti soli, senza nessuno…a loro avreste dovuto pensare, allora, immediatamente…. A loro avreste dovuto fare da padre e da madre perché erano figli vostri, della vostra comunità invece avete voluto dimenticare di questi poveri bambini, troppo piccoli per potersi gestire, troppo grandi per poter dimenticare ….cosa avete fatto per noi, vorrei saperlo”.

Poi il vero e proprio attacco sferrato verso chi, secondo la Coletti, solo ora sembra interessarsi della collettività: “Ora parlate della comunità, parlate dei benefici che portereste alla Comunità….ripeto quello scritto prima, quale Comunità…. o non ricordate che ci sono due Comunità, ben distinte, con tematiche diverse, bisogni diversi, condizioni diverse,….quella del prima -’ 63, poca cosa rispetto a quella del dopo-’63 che ha riempito il vuoto lasciato da coloro che sono morti, anzi, sono stati tutti assassinati, trucidati, per la “comunità”, per il loro benessere, ma che hanno avuto in cambio?….dopo 47 anni avete addirittura tolto l’unico posto deputato alla memoria, il Cimitero, luogo dove avremo potuto ricostruire la nostra memoria, la memoria di Longarone, ma no! Era troppo lasciare a noi l’unico luogo che avremo potuto chiamare, perché così è, Longarone….ma tant’è, siamo troppo pochi per avere una voce che sia udibile tra le forti voci di chi ha solo interessi … quello che mi preme ora, è chiedere a coloro che hanno detto: non credo che le vittime si rivolterebbero per un progetto di questo tipo, anzi, ne sono certo ! – “è il desiderio di coloro che sono morti è che i vivi abbiano dei benefici……di sicuro non spiacerebbe, anzi”.

Poi il presidente del comitato formula alcune domande provocatorie: “Avete conosciuto personalmente qualcuno che quella notte è perito nella tragedia ? li conoscete così bene da sapere i loro desideri, i loro convincimenti? Pensate davvero, dopo il tipo di morte che hanno subito, credete davvero che direbbero di sì?.

Infine l’ultimo affondo della Coletti: “E’ vergognoso che solo dopo 47 anni, con la mole di denaro che da sempre si riversata su Longarone, speculare ancora su coloro che hanno l’unica colpa di esserci, di esserci stati prima, durante ed anche ora….quando ci sarà un’Amministrazione che prima di tutto metterà in primo piano i bisogni di costoro, di coloro che hanno ancora tanto dolore….quando avremo la possibilità di usufruire di un aiuto psicologico, da tutti richiesto, compresi i convegni mondiali, fatti solo per uso e consumo di coloro che cercavano una visibilità ma al bisogno reale di coloro che hanno subito la tragedia no, a loro mai nulla se non il dovere di stare zitti e di disconoscere, di non parlare, di quello che hanno subito”.