Cronaca Italia

Trapianto San Camillo. I consulenti dei pm di Roma: “Cuore inidoneo, morte evento evitabile”

Trapianto San Camillo. I consulenti dei pm di Roma: "Cuore inidoneo, morte evento evitabile"

Trapianto San Camillo. I consulenti dei pm di Roma: “Cuore inidoneo, morte evento evitabile”

ROMA – Trapianto San Camillo. I consulenti dei pm di Roma dissero: “Cuore inidoneo, morte evento evitabile”. Era davvero un cuore malato quello che è stato trapiantato sul paziente del San Camillo di Roma morto pochi giorni dopo? Sulla vicenda l’ultima parola ce l’ha la Procura di Milano che ha acquisito però anche la consulenza medica della procura di Roma.

Proprio a Roma i i due medici legali – che contrariamente a quanto scrive Repubblica, non sono medici dell’Università Cattolica né del Gemelli – sostennero senza mezzi termini che la morte del paziente romano fosse evitabile perché era “prevedibile il fallimento funzionale di un organo che aveva già subito un insulto ischemico protratto”.

Secondo l’ipotesi degli inquirenti romani, il decesso dell’uomo sottoposto a trapianto potrebbe essere conseguenza di un errore dell’equipe medica milanese che aveva valutato l’organo idoneo e compatibile con il paziente romano in lista di attesa. Il fascicolo, aperto contro ignoti e per omicidio colposo, è stato trasmesso nel capoluogo lombardo nelle scorse settimane.

A queste prime conclusioni si oppongono le verifiche del Centro nazionali trapianti sul buon funzionamento dei rigidi protocolli, gli stessi medici dell’equipe romana che individuano cinque probabili cause di rigetto di un paziente che versava comunque in condizioni critiche. E anche la letteratura medica ci ricorda che il 15% delle persone cui viene effettuato un trapianto di cuore muore e quasi sempre nelle prime ore post trapianto.

Secondo Michele Pilato, direttore del dipartimento di cardiochirurgia e trapianti dell’Ismett di Palermo, il fatto che il donatore abbia subito un arresto cardiaco non è indicativo. “Il cuore può fermarsi anche per ipossia, cioè per mancanza prolungata di ossigeno, ad esempio per annegamento – sottolinea Pilato -. In quel caso i danni al cervello, che è più delicato, impediscono la ripresa, ma il cuore rimane sano”. E in effetti questa sembra il contesto di circostanze più vicine a quello che è accaduto come ricostruito dai consulenti della Procura di Roma.

«È il 25 agosto del 2016, alle ore 11.20, un 48enne, in sovrappeso corporeo, aveva presentato arresto cardiaco, perdita di coscienza e sommersione in una piscina» a Milano. Qualche pagina più avanti i medici entrano nel dettaglio e scrivono: Il 48enne «aveva subito un arresto cardiaco prolungato di almeno sette minuti. Dopo la ripresa dell’ attività cardiorespiratoria seguiva un ulteriore arresto cardiaco ed anche durante la degenza all’ ospedale San Raffaele si assisteva ad un episodio ipotensivo con successiva ripresa spontanea del circolo». (La Repubblica)

 

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