Raccoglievano 2 milioni di euro l’anno con false finanziarie, 100 truffati a Roma

Pubblicato il 16 Settembre 2010 19:15 | Ultimo aggiornamento: 16 Settembre 2010 19:51

Una banca e una finanziaria inesistenti, due donne promoter finanziarie (una delle quali si è resa irreperibile e ora sarebbe a Santo Domingo), una rete di riciclatori, un centinaio di risparmiatori truffati e un giro d’affari fino a 2 milioni di euro annui a partire dal 2006. Sono gli elementi di una truffa scoperta dal Nucleo di Polizia valutaria di Roma nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma affidata al pm Stefano Rocco Fava. Sette gli indagati.

Gli accertamenti sono partiti nel 2006-2007 dopo la segnalazione di operazioni sospette giunte da alcuni istituti di credito, riconducibili a soggetti che avevano movimentavano diversi milioni euro – fino a 2 milioni l’anno – versando assegni e riscuotendo contanti.

Le Fiamme Gialle hanno così individuato due donne, Bruna Giri (che al momento sarebbe a Santo Domingo) e Maria Caterina Di Leo, che, in base alle indagini, raccoglievano il denaro dai risparmiatori, agendo in particolare a Roma, e un gruppo familiare di 5 persone che agiva per riciclare il denaro.

Ex impiegate di banca, poi promotrici finanziarie, le due donne si erano messe in proprio e grazie alla fiducia della clientela conosciuta nella precedente attività, si erano costruite una propria rete di risparmiatori, per lo piu’ persone di ceto medio-alto, professionisti e anziani. Ai clienti chiedevano di consegnare i soldi in contanti o con assegno privo beneficiario. E promettevano interessi fino al 10-12% con cedole quadrimestrali, che in un primo tempo effettivamente corrispondevano, mentre poi li trattenevano, con il pretesto di consigliare ai clienti ai reinvestire gli interessi maturati.

Le due donne operavano facendo sottoscrivere certificati di deposito fasulli, intestati o al Medio Credito Lombardo o alla fiduciaria Solofis. Entrambi questi soggetti, però, di fatto, non esistono più: il primo, infatti, è stato assorbito da gruppo Banca Intesa, il secondo da UbiBanca, due istituti di credito che erano del tutto all’oscuro della truffa. Le somme così raccolte venivano poi girate a un gruppo familiare – padre, madre, due figli e la compagna di uno dei due – che secondo gli investigatori, aveva il ruolo di riciclare il denaro e tratteneva per sè un 10% come una sorta di ”commissione”.