Roma: uccise la fidanzata e tentò il suicidio, pena ridotta a 16 anni in appello

Pubblicato il 22 Giugno 2010 22:02 | Ultimo aggiornamento: 22 Giugno 2010 22:03

Pena ridotta di 4 anni in appello (da 20 a 16 anni di reclusione) per Nicolò Di Stefano. L’uomo 26 anni, è sotto processo per omicidio aggravato dalla crudeltà per avere ucciso a coltellate, il 22 giugno 2008, la fidanzata coetanea Loredana Benincasa in una villetta nel quartiere Trionfale di Roma, prima di tentare il suicidio.

Quando quel giorno gli operatori del 118, avvertiti da una telefonata del padre dell’imputato, arrivarono nella casa che i due fidanzati condividevano, trovarono Loredana già morta, sdraiata sul letto accanto al fidanzato ferito gravemente. La ragazza era stata colpita con due bisturi e due coltelli a serramanico alla gola e in altre parti del corpo; sul comodino, un biglietto di scuse firmato da entrambi. Condannato in primo grado a 20 anni di carcere dal giudice per l’udienza preliminare Cecilia Demma, dopo il processo col rito abbreviato, Di Stefano ha avuto  una riduzione di pena.

Nei suoi confronti, infatti, la prima Corte d’assise d’appello ha ricalcolato la pena, escludendo l’aggravante della ‘minorata difesa’ (al giovane si contestava anche di aver chiuso la porta a chiave per evitare che la fidanzata potesse chiedere aiuto) concedendo attenuanti equivalenti all’aggravante della crudeltà. Il pg Antonio Larosa aveva chiesto la condanna di Di Stefano a 30 anni, contestando anche l’aggravante della premeditazione (esclusa dal giudice di primo grado). “Dalle testimonianze emerge che Di Stefano – ha detto il pg – aveva programmato di uccidere la fidanzata perché voleva lasciarlo. Ha tentato il suicidio, ma resta un omicida. La sua colpa, il suo fardello era così pesante da non poterlo sopportare”.

Dal canto loro, i difensori, gli avvocati Francesca Ciampani e Pietro Pace, hanno sottolineato che il loro assistito confessò un omicidio che non aveva però programmato. “Le testimonianze ci parlano di un rapporto amoroso funzionante – hanno detto – tranne che negli ultimi mesi. Loredana voleva prendersi una pausa di riflessione, e Nicolò aveva capito la sua esigenza. Nessuno ha mai parlato di suoi comportamenti aggressivi o pericolosi”. Per i difensori, si era trattato di un delitto d’impeto frutto di un raptus; per loro Di Stefano non era capace d’intendere e volere al momento del fatto. Dopo una breve camera di consiglio, i giudici d’appello, ricalcolando la pena e concedendo le attenuanti, hanno inflitto a Di Stefano quattro anni in meno rispetto alla sentenza del gup.