Università, servono cadaveri a medicina: donatori ci sono, la legge ancora no…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 Aprile 2015 11:27 | Ultimo aggiornamento: 7 Aprile 2015 11:27
Università, servono cadaveri a medicina: donatori ci sono, la legge ancora no...

Università, servono cadaveri a medicina: donatori ci sono, la legge ancora no…

PALERMO – Le università di medicina hanno i cadaveri, ma non possono usarli. Insomma se c’è stato un boom di donatori sensibili al bisogno delle facoltà di avere cadaveri su cui sperimentare e fare pratica, ma una legge che regoli queste donazioni alla scienza non esiste ancora. Il risultato è che gli studenti di Anatomia umana del Policlinico di Palermo sono costretti ad esercitarsi sui manichini, mentre ci sono atenei che acquistano i cadaveri all’estero.

Laura Anello su La Stampa riporta le preoccupazioni di Giovanni Zummo, docente di Anatomia umana nell’ateneo di Palermo:

“«Ci chiamano in continuazione. Ci chiedono: come facciamo a donare il nostro corpo? Sarà la crisi, e la necessità di risparmiare sulle spese del funerale, ma c’è un boom di richieste, richieste che però non possiamo accogliere. Li abbiamo appena acquistati, sono di gomma, hanno organi interni gonfiabili, accesso per ogni tipo di prelievo, genitali intercambiabili, mandibola snodabile. Servono per le esercitazioni degli studenti di Medicina. Ai tempi dei miei studi qui c’erano corpi veri, adesso cerchiamo soluzioni alternative, mentre paradossalmente cresce l’offerta di donatori ai quali non sappiamo dare risposte».”

Sono 150 le persone che ogni anno, secondo le stime riportate dalla Anello, decidono di donare il proprio corpo alla scienza. Offerte che gli atenei sono costretti a rifiutare, scrive:

“Questione complessa. In Italia, che pure nel Rinascimento è stata la pioniera e la culla delle esercitazioni su cadaveri (nel 1594 venne ultimata a Padova la costruzione del primo teatro anatomico stabile, secondo il modello architettonico dell’anfiteatro) non c’è una norma che regolamenti con univocità e chiarezza la donazione del corpo per fini di ricerca e di studio. Sei proposte di legge non sono andate in porto.

Quel che resta in vigore, seppure bollato come «non accettabile» dal Comitato nazionale di Bioetica nel 2013, è il Regio decreto del 31 agosto 1933, che destina alle attività didattiche e di studio i cadaveri «il cui trasporto non sia fatto a spese dei congiunti compresi nel gruppo familiare fino al sesto grado o da confraternite o sodalizi che possano avere assunto impegno per trasporti funebri degli associati». I «morti di nessuno», cioè corpi non reclamati da parenti fino al sesto grado o da amici. Non a caso, un tempo, le sale anatomiche erano piene di poveri cristi, di gente di cui si era perso anche il nome, o di corpi che arrivavano dritti dritti dai manicomi. Per non dire di quanto succedeva nel Cinquecento, quando il regolamento della Repubblica Veneta prevedeva la concessione a fini di studio delle salme di due giustiziati, un uomo e una donna. Ma quando la forca si fermava, si scatenava la caccia al cadavere, con acquisti di corpi da famiglie sul lastrico o con furti di cari estinti sul letto di morte”.

Insomma l’unico modo per poter riabilitare questi cadaveri è la nascita di una nuova legge ad hoc:

“Oggi l’unica strada accettabile in mancanza di una legge – come sottolinea il Comitato di bioetica – è l’espressione di una chiara volontà in vita con un atto sottoscritto e consegnato a una struttura universitaria. In Italia sono tre i centri che lavorano in questo senso: Torino, con il Laboratorio per lo studio del cadavere; Padova, con il programma di donazione del corpo e delle parti anatomiche; Bologna con il suo Centro per la donazione del corpo post mortem. Ma in mancanza di una legge, ci si muove e tentoni lungo strade lastricate di dubbi e senza la possibilità di massicce campagne di sensibilizzazione.

Certo è che il fenomeno delle donazioni è in crescita, ma più complesso individuarne le ragioni. È davvero un altro imprevedibile effetto della crisi che costringe a risparmiare anche sul proprio funerale (al termine degli interventi chirurgici, il corpo viene sepolto a spese dell’istituzione che lo ha ricevuto), o cominciano a diffondersi consapevolezza e sensibilità nuove come in altri Paesi europei? In Olanda, per esempio, due anni fa hanno persino dovuto bloccare il programma di donazione perché gli ospedali non sapevano più dove mettere i cadaveri.

Mentre medici e chirurghi, giovani o affermati, continuano a peregrinare per sperimentare nuove tecniche chirurgiche, valutare l’efficacia di protesi ortopediche, studiare malattie degenerative. L’unico centro privato in Italia si trova ad Arezzo, ed è la Nicola’s Foundation, nata da un’intuizione di Giuliano Cerulli, oggi primario di Chirurgia ortopedica al Policlinico Gemelli di Roma. Si chiama «cadaver lab», offre 70 postazioni anatomiche singole, ed è sede di master e di corsi di aggiornamento. E i cadaveri? «Li acquistiamo all’estero», spiegano dal Centro. Mercato fiorente, considerato che nel mondo muoiono tre persone al secondo”.