Uno Bianca, la lettera di Eva Mikula: “Abbandonata e senza protezione”. L’associazione delle vittime: “Si vergogni”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 Luglio 2020 14:06 | Ultimo aggiornamento: 28 Luglio 2020 14:10
Uno Bianca, foto Ansa

Uno Bianca, la lettera di Eva Mikula: “Abbandonata e senza protezione”. L’associazione delle vittime: “Si vergogni” (foto Ansa)

Uno Bianca, la lettera di Eva Mikula: “Abbandonata e senza protezione”. L’associazione delle vittime: “Si vergogni”.

“Viviamo giorni  – dice Eva Mikula, all’epoca compagna di Fabio Savi, il “lungo” della banda della Uno Bianca – dove i criminali stanno finendo di scontare le loro pene, ed io?

La mia pena è infinita, è a vita; niente protezione, niente anonimato, niente risarcimento.

Vivo nel baratro del mio passato, nascondendomi nell’oblio per affrontare e sconfiggere ogni giorno il pregiudizio dell’opinione pubblica, conquistare il mio quotidiano e dare speranza a quella dei miei figli”.

L’Uno Bianca, ricordiamo, è il gruppo che dal 1987 al ’94 terrorizzò Emilia-Romagna e Marche, uccidendo 24 persone e ferendone 102.

La donna romena, che ora vive tra Londra e l’Italia, torna a farsi viva con una lettera aperta indirizzata all’agenzia Ansa all’allora pm di Rimini Daniele Paci e ai poliziotti Luciano Baglioni e Pietro Costanza.

“Vi ricordate di me? Di Eva Mikula? Vi siete mai chiesti in questi 25 anni se è vittima, complice o sopravvissuta?

Sicuramente no. Vi siete presi tutto il merito, certo, io sono di troppo dopo avermi spremuta come ‘un limone’ e abbandonata al mio destino.

Una povera ragazza romena insignificante per la società italiana”.

Lo Stato Italiano, prosegue in un altro passaggio, “ha risarcito i parenti delle vittime con miliardi di lire.

Voi avete avuto i meriti e gradi. Ed io? Ero un personaggio scomodo sia per i buoni che per i cattivi, nulla è cambiato”.

“I parenti delle vittime – continua – mi giudicano moralmente complice e colpevole.

La giustizia italiana (4 processi in Corte d’assise e 2 in appello ed 1 in Cassazione) ha dimostrato la mia estraneità ai crimini.

La mia collaborazione, testimonianza, rischio vissuto e anni di vita dedicati per condannare i criminali, liberando anche degli innocenti… tutto è svanito nel nulla”.

“Mettetevi una mano sulla coscienza, affinché sono ancora viva.

Vi farebbe onore. Basta riprendere i fascicoli e le telefonate fra le varie procure di quella notte… 24 novembre 1994″.

L’invito è di farlo “a nome delle vittime, a nome dei feriti e a nome dei innocenti come William, Peter Santagata & altri. Anche la mia vita vale qualcosa.

Non cerco meriti anche se potrei pretendere molto. Vorrei comprensione, lealtà, considerazione e protezione”.

“Ma quale Tipo Bianca? Quale bar? Quale licenza di pesca?

Era il vicino di casa che non c’entrava nulla ma capisco che la cattura dei Savi va raccontata e giustificata in qualche modo per dare risposte al pubblico interesse”, dice ancora Mikula, con riferimento alle modalità di individuazione della banda.

La replica dell’associazione delle vittime

“Sono un po’ spiazzata: si dovrebbe vergognare.

E’ stata zitta per anni, perché le faceva comodo, aveva dei soldi. Ora forse ha bisogno di qualcosa e si è fatta viva.

Si deve vergognare”.

Così Rosanna Zecchi, presidente dell’Associazione Familiari Vittime della Uno bianca, ha commentato la lettera scritta da Eva Mikula e inviata all’agenzia Ansa.

La donna, che è stata compagna di Fabio Savi uno dei membri della banda criminale, ha detto di sentirsi abbandonata, di “vivere nel baratro” per il passato e afferma che lo Stato Italiano “ha risarcito i parenti delle vittime con miliardi di lire.

Voi avete avuto i meriti e gradi. Ed io? Ero un personaggio scomodo sia per i buoni che per i cattivi, nulla è cambiato”.

“Dico la verità: se ha parlato è perché altri l’hanno scoperta – ha replicato Zecchi – sapeva cosa faceva la banda perché dormiva con le armi sotto al letto.

Sperava in un risarcimento? Dopo anni di silenzio?

Non ne possiamo più, sappiamo benissimo il ruolo che ha avuto in quegli anni: io sono stata in Tribunale e l’ho sempre vista, lei era dall’altra parte.

Se fossi in lei me ne andrei via dall’Italia e non ne parlerei mai più. Se vuole dire qualcosa – ha concluso la presidente dell’Associazione – vada in Procura, scriva alla Procura. Ci lasci in pace”. (Fonte: Ansa).