Dagli Usa indennizzo a 443 italiani infettati da tra infettati da farmaci

Pubblicato il 2 dicembre 2010 20:28 | Ultimo aggiornamento: 2 dicembre 2010 22:07

Quattro grandi multinazionali farmaceutiche risarciscono un gruppo 443 italiani infettati dai virus dell’epatite C e dell’Aids. La Bayer, la Baxter, la Aventis-Bering e l’Alpha sborsano milioni per chiudere una causa legale avviata a Chicago da migliaia di malati sparsi in 22 Stati diversi. L’accusa era di quelle gravissime: avere distribuito, tra il 1978 e il 1995, medicinali (quelli destinati agli emofilici) preparati utilizzando sangue guasto raccolto nelle carceri, in Paesi del Terzo Mondo o da sacche di plasma reperite in un vero e proprio mercato fra Messico e Texas. Era una class action, quella avviata negli Stati Uniti, alla quale avevano partecipato anche gli italiani.

Malati o parenti di persone ormai decedute: l’ultima vittima e’ stata registrata lo scorso 5 settembre. Il sospetto era che l’Hcv e l’Hiv, i responsabili delle due patologie, si nascondessero proprio nei farmaci che dovevano assumere per il trattamento dell’emofilia. Gli italiani si sono affidati – in via autonoma o per il tramite dei rispettivi avvocati – allo studio legale specializzato Ambrosio & Commodo di Torino, che ha mobilitato un’intera squadra (composta da Renato Ambrosio, Stefano Commodo, Stefano Bertone e Marco Bona) per seguire la pratica negli States. Il Tribunale di Chicago ha sancito una sorta di ”non luogo a procedere” applicando il principio del ”forum non conveniens”: in pratica, secondo i giudici a stelle e strisce, gli interessati dovrebbero ricorrere nei Paesi in cui risiedono. Ma prima le quattro multinazionali hanno dovuto aprire il salvadanaio.

Secondo quanto ha appreso l’Ansa, si tratta di novemila dollari per chi ha contratto l’epatite e 37 mila per chi e’ stato infettato dal virus Hiv o da entrambi. Cifre che gli avvocati, vincolati al segreto professionale, oltre a non voler rivelare, non vogliono nemmeno confermare. Cifre decisamente modeste per un europeo, ma di tutto rispetto per chi vive in qualche parte del mondo in cui il reddito pro-capite e’ basso. L’esercito delle parti lese, nell’accettare i termini dell’accordo, ha tenuto conto anche di questo. Il commento di Luigi Ambroso, 48 anni, presidente del comitato (si chiama 216/90 dalle coordinate della prima legge italiana sulla materia) che ha svolto un ruolo molto attivo nella vicenda, e’ in chiaroscuro.

”Dal punto di vista economico non possiamo dire di essere soddisfatti, e dal punto di vista giudiziario avremmo preferito che i colpevoli fossero inchiodati alle loro responsabilita’. Resta comunque un risultato storico: dimostra che, se non ci si arrende, se non ci si rassegna, se si combatte, anche a distanza di trent’anni si possono ottenere dei riconoscimenti. E non e’ finita qui. Ci sono altre partite da giocare”. ”Noi – dice l’avv. Renato Ambrosio – lavoriamo per la giustizia, per affermare i diritti, per tutelare le vittime. Non siamo spinti da motivazioni o obiettivi diversi. E ogni passo in avanti ci serve per compierne un altro nella stessa direzione”.