Valentina Ferlauto, mamma di 26 anni abbandonata dal compagno: “Non volevo uccidere mio figlio. Nemmeno piangeva”

di Maria Elena Perrero
Pubblicato il 4 dicembre 2018 13:13 | Ultimo aggiornamento: 4 dicembre 2018 14:30
Valentina Ferlauto, mamma di 26 anni abbandonata dal compagno: "Non volevo uccidere mio figlio. Nemmeno piangeva"

Valentina Ferlauto, mamma di 26 anni abbandonata dal compagno: “Non volevo uccidere mio figlio. Nemmeno piangeva”

MILANO – “Avevo la mente oscurata, non so spiegare cosa è successo, ma sicuramente non volevo uccidere mio figlio, lo amavo. In quel momento nemmeno piangeva”: queste le parole di Valentina Ferlauto agli inquirenti che indagano sulla morte del piccolo Lorenzo, il suo bimbo di tre mesi portato in ospedale ormai senza vita non per una caduta accidentale, come sostenuto inizialmente dalla sua giovane mamma, ma ucciso da lei.

Ai magistrati Valentina, 26 anni, single e orfana di madre da quando ne aveva 12, ha detto di essersi “sentita male” e che la sua intenzione era di “gettare” il piccolo “sul letto e non per terra”: “Sì, io ho lanciato il bambino a terra nella stanza da letto, io ero in piedi ai piedi del letto e l’ ho lanciato lì, di fronte, con forza – avrebbe detto agli inquirenti – L’ ho fatto perché mi si è oscurata la mente, non ho visto più, non riesco nemmeno a spiegare cosa mi è successo. Non volevo ucciderlo. In quel momento mi è venuto di lanciarlo per nervosismo, lui non stava nemmeno piangendo, ma io quel giorno non stavo proprio bene, avevo giramenti di testa, avevo un forte mal di testa…”.

Ma sul pavimento dell’appartamento di Catania in cui Valentina vive con la nonna, come racconta il Corriere della Sera, il piccolo è morto. A soccorrerlo non c’era il suo papà: l’uomo, Francesco, dopo quattro anni di relazione ha lasciato Valentina quando ha saputo della gravidanza. Ha anche cambiato città, e non nasconde di aver iniziato una nuova relazione. 

Di quanto accaduto parla un altro uomo, il padre di Valentina: “E’ stato un incidente – dice – mia figlia amava tanto suo figlio, lo ha voluto con tutte le sue forze. Ha avuto un parto complicato, rimanendo ricoverata per 10 giorni dopo la nascita del piccolo. Aveva già sofferto da piccola per la perdita della madre. Era depressa e io avevo prenotato una visita specialistica per lei”. Ma lei a quella visita non c’è mai andata, senza che nessuno si preoccupasse delle possibili ripercussioni sul bambino di un malessere profondo della sua mamma. 

Anche l’avvocato della donna, Luigi Zinno, sostiene che “la detenzione in carcere non è compatibile con lo stato di salute della signora”, che, ha aggiunto, “è una donna che sta male e deve andare in una struttura, in una comunità”.

Una donna probabilmente colpita da depressione post partum, malattia spesso non diagnosticata che può diventare psicosi e che colpisce molte più donne di quelle che finiscono sui giornali. Una donna che più che una novella Medea è una delle tante giovani madri lasciate sole di fronte alla nascita di un figlio, che possono reagire allo sgomento della solitudine in modi che sono sicuramente sempre condannati e condannabili, ma che purtroppo non vengono quasi mai evitati quando si sarebbe ancora in tempo.