Velista bergamasca bloccata a Bequia: “Ho scoperto la pandemia in mezzo all’Oceano. Non mi volevano far sbarcare”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Aprile 2020 10:21 | Ultimo aggiornamento: 24 Aprile 2020 10:21
Velista bergamasca bloccata a Bequia: "Ho scoperto la pandemia in mezzo all'Oceano. Non mi volevano far sbarcare"

Velista bergamasca bloccata a Bequia: “Ho scoperto la pandemia in mezzo all’Oceano. Non mi volevano far sbarcare”

ROMA – Elena Manighetti, 32 anni, di Bergamo, era partita con il fidanzato, Ryan Osborne, per la traversata dell’Atlantico quando in Italia non era ancora scoppiata l’epidemia da coronavirus.

Ora, racconta a La Repubblica, è confinata in un’isola dei Caraibi anche se non volevano farla sbarcare “per il mio passaporto”.

Il 28 febbraio la coppia è salpata da Lanzarote diretta a Guadaloupe ma quello che hanno scoperto quasi un mese dopo, è stato “uno shock che non potranno mai dimenticare”.

 “Avevamo visto le ultime notizie online in cui sembrava che i casi di coronavirus in Cina stessero diminuendo e la situazione migliorando.

Negli ultimi tre anni, da quando abbiamo lasciato l’ufficio, lavoriamo e navighiamo online fermandoci sono nei mesi più freddi, raccontiamo tutto su Youtube e programmiamo i viaggi futuri.

L’idea era tentare la prima traversata atlantica, 5.500 chilometri di oceano a bordo di una modesta barca a vela Skua di 11 metri.

Così siamo partiti da Lanzarote con lo scopo di sbarcare a Guadaloupe, nei Caraibi francesi”.

A bordo “avevamo un unico mezzo di comunicazione con il mondo: un dispositivo satellitare che ci permetteva di scambiare messaggi di 160 caratteri alla volta, come i vecchi SMS, con alcuni amici e parenti.

Niente internet o radio nel mezzo dell’oceano.

Credo che sapendo quanto grave fosse la situazione, le famiglie abbiano preferito non avvisarci”. 

Poi però la notizia della pandemia è arrivata:

“Il 15 marzo un’amica ci ha informato che stavano chiudendo i confini di alcune isole dei Caraibi e noi abbiamo pensato fosse per proteggersi dal virus, dato che le isole sono piccole e spesso non attrezzate, una sorta di misura preventiva.

Solo che ogni giorno la lista delle isole che chiudevano i confini aumentava.

Anche Guadeloupe il 18 marzo ha chiuso i confini, non avevamo più una meta, così ci siamo diretti a Grenada”.

Mentre la coppia era quasi arrivata, Grenada ha chiuso i confini.

“Così ci siamo diretti verso l’isola di Bequia, Saint Vincent and the Grenadines.

Mancavano 10 ore di mare all’arrivo a Bequia quando una amica è riuscita avvertirmi che l’ufficio immigrazione dell’isola l’aveva informata che io, essendo italiana, non sarei stata accettata.

Abbiamo cominciato a preoccuparci, le varie isole dei Caraibi, considerate più sicure nella stagione a rischio uragani, stavano chiudendo e non sapevamo come fare.

Così abbiamo deciso di mantenere la rotta per Bequia lo stesso”.

Lo shock però è arrivato dopo.

“Il 25 marzo, all’alba, abbiamo cominciato a vedere la sagoma di Bequia e i telefonini ricevevano finalmente il 3G.

È stato come risvegliarsi da un coma: abbiamo letto le notizie, siamo rimasti colpiti dall’orrore, scioccati e preoccupati per le nostre famiglie.

Ho subito cercato di capire cosa stesse accadendo a Bergamo.

Il momento più scioccante è stato quando abbiamo abbiamo visto le foto dei camion militari per trasportare le bare a Bergamo, ho pianto.

Ho chiamato mio padre e lui mi ha detto “ora che l’hai scoperto non fatevi prendere dal panico”.

Per fortuna i miei parenti stanno bene, ma purtroppo sono morte tantissime persone che conoscevamo”

Lo sbarco a Bequia è stato complicato.

“Vedendo il mio passaporto italiano l’ufficiale ha rifiutato di farci entrare nel Paese.

Non abbiamo mollato, dimostrando che da settimane eravamo in oceano, praticamente in quarantena, e che non eravamo stati in Italia da mesi.

Abbiamo mostrato tracce del Gps, ricevute e scontrini degli ultimi mesi, e alla fine dopo una lunga trattativa ci hanno fatto approdare”. (fonte LA REPUBBLICA)