Veneto, la Caritas chiude le porte agli immigrati

Pubblicato il 11 Gennaio 2011 13:38 | Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio 2011 13:38

La Caritas chiude l’ospitalità agli stranieri. La notizia, raccontata dal Corriere della Sera, spiega un fenomeno di povertà che si sta allargando sempre di più.  “La situazione occupazionale è drammatica, dice il direttore della Caritas veneziana don Dino Pistolato, non si possono aprire i flussi migratori a centomila persone in questo momento, è una scelta pericolosa”.

Don Pistolato però ci tiene a precisare: non si tratta di una svolta protezionistica della Chiesa di fronte alla scelta del governo di accogliere centomila nuovi stranieri in Italia.  “E’ che bisogna imparare a guardare in faccia la realtà anche quando è brutta: accoglienza significa poter offrire lavoro, alloggi e dignità, non alimentare il panico mandando al massacro i nuovi arrivati e alimentando il razzismo”.

“E’ tornato lo spettro degli stranieri che rubano il lavoro, gli fa eco il coordinatore della commissione regionale per le migrazioni don Ferruccio Sant. L’integrazione in Veneto si è basata sul fatto che gli stranieri hanno sempre lavorato nelle fabbrichette dei paesini a stretto contatto con i veneti e hanno sempre vissuto accanto a loro con le loro famiglie”.

Fino a due anni fa certi lavori venivano fatti solo dagli stranieri, oggi non è più così: gli italiani sono disposti ad accettare qualunque lavoro pur di avere uno stipendio. Gli stranieri stessi hanno iniziato a chiedere alla Caritas proprio i soldi per spedire i famigliari a casa visto che, tra disoccupazione e cassaintegrazione, non riescono più ad affrontare affitti e costi scolastici per tutta la famiglia.

“E’ già iniziata una guerra al massacro tra poveri”, rincara don Pistolato. “L’integrazione è un argomento estremamente complesso e difficile, aggiunge il direttore dell’ufficio immigrazione delle chiese del Nordest monsignor Adriano Tessarollo,  ma il Vangelo ci chiede di accogliere lo straniero e ci impone di non trasformare differenze e diversità in contrasti sociali, perché il legame della fede è più forte del legame di sangue”.

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