Venezia sott’acqua tra 30 anni. E non ci sarà nessun Mose a spartirle

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 15 Novembre 2019 8:50 | Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2019 10:56
Venezia (nel 2050) sott'acqua tra 30 anni. E non ci sarà nessun Mose a spartire

Venezia, Piazza San Marco sommersa dall’acqua nella foto Ansa

VENEZIA – Il tempo è scaduto e Venezia, con o senza Mose, entro breve finirà sott’acqua. Entro il 2050 dicono gli ultimi studi, cioè tra poco più di 30 anni. Meno di quelli che ci sono voluti per realizzare il Mose, che a buon bisogno ancora non funziona come dimostrano le cronache di questi giorni. Cambiamento climatico, emergenza ambientale, acqua alta, opere faraoniche e faraoniche ruberie e lungaggini, sono gli ingredienti del disastro Venezia.

Un disastro annunciato che poteva non essere tale se le cose fossero state affrontate per tempo e con raziocinio. Ma non è successo e oggi si contano i danni, facendo finta che quel che è appena accaduto non si ripeterà. Il tempo, oltre al denaro, è l’aspetto che più sa di grottesco nel dramma di Venezia e dell’acqua alta. Sono passati oltre 60 anni dalla storica alluvione del 1966, data che potrebbe segnare la genesi del progetto Mose, giusto il doppio di quanto resta ancora a Venezia prima di diventare una nuova Atlantide.

Sei decadi in cui si è buttato un mare di denaro, e questo paradossalmente è il danno minore, e in cui si sarebbero potuti realizzare interventi in grado di salvare la città lagunare. Da allora, da quel 4 novembre del ’66, ci sono state raccolte fondi internazionali, una legge speciale e ‘comitatone’. E poi un’inaugurazione, un’indagine, degli arresti e il blocco dei lavori poi ripresi. Il tutto per un costo appena superiore ai 5 miliardi di euro. Questa è la breve cronistoria del Mose, il progetto che con paratie a scomparsa avrebbe dovuto salvare Venezia. Avrebbe perché per ora non funziona, nonostante la prima pietra sia stata posata 16 anni fa, e forse non funzionerà mai come si vorrebbe.

All’entrata in servizio ufficiale manca ancora più di un anno, ritardi e slittamenti permettendo, ma al netto di questi molti dubitano della bontà di un progetto scartato in altri luoghi del mondo e che da subito ha mostrato diverse criticità. Criticità che vanno dalla cerniere che si deteriorano prima del previsto alla biomassa che appesantisce la struttura e che rendono le dighe mobili potenzialmente meno funzionali e certamente più costose di quanto promesso. Eppure la strada scelta è stata questa, e i soldi spesi come la mole di lavori fatti, rende impossibile un’alternativa, un piano B. Altrove, come a Londra o in Olanda, il mare è stato ‘imbrigliato’ efficacemente, ma si sono scelte strade diverse con dighe molto più grandi e soprattutto visibili.

Perché caratteristica precipua del Mose è quella di essere una diga a scomparsa. All’epoca si decise infatti che l’opera che avrebbe salvato Venezia non avrebbe dovuto avere un eccessivo impatto sul panorama della Laguna. Ora il rischio, anzi la quasi certezza, è che l’impatto ci sarà e sarà disastroso. E non sarà visivo ma sarà quello dell’acqua che sommergerà la città entro il 2050. Tanto per dare un parametro di misura un tempo in cui tutti quelli che oggi hanno meno di 50 anni possono pensare di veder sparire la Serenissima. Questo perché i dati sinora noti, che davano più tempo per il compiersi di un destino che sembra comunque segnato, sono stati corretti con un nuovo modello di machine learning.

Per l’Italia le previsioni variano di poco, ma l’autore del paper di Climate Central, Scott Kulp, avverte che il rischio attorno a Venezia è grave. Già nel 2050 il Vietnam del Sud sarà sottacqua, con i suoi venti milioni di persone, come sommersa sarà la capitale economica della Cina, Shanghai, e i suoi 30 milioni di abitanti. In India Mumbai verrà inondata e in Tailandia il 10% della popolazione, compresa buona parte di Bangkok, vive oggi su una terraferma che svanirà entro 30 anni. In Medio Oriente saranno affogati centri storici come Alessandria mentre in Europa il rischio maggiore lo corre la Gran Bretagna, dove la popolazione nel mirino dell’innalzamento degli oceani è tre volte superiore a quanto finora ipotizzato. In Italia invece chi se la passerà male sono la costa nord occidentale e proprio Venezia. Per il 2050 il Mose, si spera, sarà attivo e funzionante. Ma probabilmente ormai troppo debole per i mari sempre più alti.