Venezia, schianto motoscafo offshore. Sopravvissuto: “La lunata non si vedeva, mettano le luci”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Settembre 2019 12:20 | Ultimo aggiornamento: 23 Settembre 2019 12:20
Venezia offshore sopravvissuto mario invernizzi

Il motoscafo offshore su cui viaggiavano Fabio Buzzi, Luca Nicolini, Erik Hoorn e Mario Invernizzi dopo lo schianto nella laguna di Venezia (Foto ANSA)

VENEZIA – Lo schianto del motoscafo offshore a Venezia è stato tremendo e tre persone sono morte, tra cui il pilota Fabio Buzzi che tentava di registrare un nuovo record. Tra i sopravvissuti c’è Mario Invernizzi, già campione mondiale, che ora racconta: “La lunata non si vedeva”. E chiede alle autorità di mettere delle luci per segnalarla: “Salveranno delle vite”.

Invernizzi intervistato da Il Gazzettino ricostruisce cosa è accaduto la notte dell’incidente, quando nel violento impatto con la scogliera il motoscafo è affondato e i suoi amici sono morti nella laguna di Venezia, quando ormai erano quasi arrivati al porto del Lido. Nell’incidente oltre a Buzzi sono morti Luca Nicolini e il meccanico olandese Erik Hoorn.

Invernizzi è sopravvissuto perché al momento dello schianto era in piedi ed è stato sbalzato in acqua, mentre l’offshore impattava ad almeno 130 chilometri orari contro la scogliera, proprio mentre Buzzi pensava di aver imboccato il porto: “Ho visto tutto. Io c’ero, non ho mai perso conoscenza neppure un attimo. Una ferita che non si potrà mai rimarginare, Buzzi era per me come un papà. Sono stato a deporre per un’ora e mezza davanti agli inquirenti, ma è tutto coperto dal segreto istruttorio: credo che da raccontare ci sia poco…”.

Il sopravvissuto all’incidente ha aggiunto: “Mi sento di dare un consiglio alle autorità di Venezia: su quella lunata mettete catarifrangenti o luci solari, per far capire che c’è un ostacolo. Con un investimento piccolo si possono salvare vite umane. Quella sera la diga non si vedeva, neanche nel visore notturno. E quelle luci, rossa e verde, ti fanno pensare a una imboccatura di porto, ci vai dritto dentro. È un consiglio che mi sento di dare”.

Un semplice catarifrangente avrebbe forse potuto evitare la tragedia, secondo Invernizzi: “Ma sì, cosa si spenderà a mettere catarifrangenti ogni dieci metri e qualche lucetta per far vedere che c’è un ostacolo di un chilometro? A farla grande, con 10mila euro, diventa un incremento della sicurezza. La situazione così com’è è un attentato potenziale a chiunque. Non è necessario correre, una diga del genere in certe condizioni non si vede. E se uno vede per vari motivi solo le luci, pensa che quella sia l’imboccatura del porto”.

D’altronde Buzzi era un pilota esperto, più volte campione del mondo e costruttore di imbarcazioni a Lecco, nel suo cantiere. Per questo Invernizzi spiega: “Eravamo collegati tra noi con le cuffie. Quando mi sono alzato dal sedile per verificare che le luci che vedevamo fossero quelle della giuria, non ho sentito nessuno urlare in cuffia, come succede quando ci si rende conto di essere in pericolo. Hanno capito che andavano contro la diga solo quando ci siamo andati per davvero”.

E aggiunge: “Buzzi, ma anche tutti noi, ha certamente scambiato lo sfondo grigio del visore notturno con la lunata, dello stesso colore. È bassa e il radar non la vedeva. E non diciamo fesserie sull’elettronica. Avevamo così tanta strumentazione sofisticata a bordo che sembrava la plancia di una nave da guerra. Quando ci siamo arrivati addosso io ero girato, per una combinazione che ha fatto sì che non fosse ancora il mio momento. Il tempo di girarmi e mi son trovato sbalzato in acqua”.

Invernizzi ricorda poi il collega e amico: “Se n’è andato l’Enzo Ferrari della motonautica. È morto mentre faceva ciò che gli piaceva, facendo la stessa fine di Ayrton Senna che si schiantò contro un muro. Dopo 25 anni e mille avventure insieme ci davamo ancora del lei: lui mi chiamava Invernizzo e io lo chiamavo Ingegnero. Ma per me era davvero come un papà ed era geniale in tutte le cose che faceva. Nel 2011 il record lo feci io con la mia barca. Nel 2016, poi, eravamo insieme e abbassammo di cinque minuti il tempo fatto segnare da me. Però quella era una barca militare, non mi interessava molto”.

E ricorda il record che stavano per infrangere: “Stavolta avevamo un barca incredibile, potente, straordinaria. A livello sportivo quel record rimarrà e non lo potrà battere nessuno. Ho fatto tutto l’Adriatico, da Roccella Jonica a Ravenna, a 76 nodi (140 km/h). Dopo, ha voluto prendere il timone lui, voleva fare l’arrivo a Venezia. E mi ha detto: ‘Non si distragga, le ultime miglia sono sempre quelle fatali’”. (Fonte Il Gazzettino e Il Fatto Quotidiano)