Il parroco ucciso a Vernazza: sangue, soldi, spettri. Test del Dna per tutto il borgo

Pubblicato il 5 Maggio 2011 11:03 | Ultimo aggiornamento: 5 Maggio 2011 11:10

Don Emilio Gandolfo

VERNAZZA – Il caso di Don Emilio Gandolfo, parroco del piccolo borgo di Vernazza in provincia di La Spezia ucciso il 2 dicembre 1999 a colpi di crocifisso, è stato riaperto dopo la possibilità di estrarre il Dna da un capello rinvenuto 12 anni fa sotto le unghie dell’uomo. La piccola comunità dell’intero paese sarà sottoposta al test del Dna, come confermato dal procuratore di La Spezia Maurizio Caporuscio, per escludere i suoi concittadini e fedeli dalla lista dei sospettati di un caso mai risolto.

Don Emilio fu ucciso nella canonica senza che nessuno se ne accorgesse, mentre sul sagrato della chiesa il paese era impegnato a montare le luminarie per le feste natalizie. Ritrovato solo il giorno dopo presentava tutte le costole, le dita di una mano e la mandibola fratturate, segni che gli inquirenti ritennero di tortura, “una violenza bestiale”, come la definì Caporuscio già da allora a capo delle indagini. La probabile arma del delitto è un crocifisso d’argento e un altro oggetto mai ritrovato. Da subito fu esclusa l’idea di una rapina, poiché dalla canonica furono sottratti dei documenti ed un crocifisso d’oro, ma non un milione di lire in contanti.

Un delitto efferato il cui colpevole non fu mai individuato: nessun testimone e pochi indizi, tra cui il capello rinvenuto dal medico legale e che ora potrebbe essere usato per il test del Dna, ma gli inquirenti non hanno dei sospettati con cui confrontare il campione estratto, e che ha portato il procuratore  Caporuscio a dichiarare: “abbiamo considerato l’idea di chiedere alla popolazione di sottoporsi all’esame, ma questo non significa che qualcosa ci spinga a ritenere che il colpevole sia fra gli abitanti di Vernazza. L’assassino, o gli assassini, non hanno lasciato tracce”.

Anche gli abitanti del paese sono convinti che il colpevole dell’omicidio sia un forestiero e il sindaco Vincenzo Resasco si è dichiarato pronto al test: “Se gli inquirenti me lo chiedono, l’esame del Dna lo faccio. E ho piena fiducia nella mia popolazione”. Ciò che è certo è che Don Emilio conosceva il suo assassino, poiché secondo la ricostruzione degli inquirenti avrebbe aperto alla porta di persona.

Immaginare Don Emilio come un tranquillo e pacifico parroco di un piccolo borgo non sarebbe esatto: era un uomo colto, che aveva curato la pubblicazione degli scritti di Gregorio Magno. Vantava frequentazioni vaticane ed era stato addetto agli uffici diplomatici della Santa Sede, ed arrivò anziano a Vernazza, cittadina vicina al suo paese natio Sestri Levante, dopo che per anni era stato guida ai  pellegrinaggi in Terra Santa. Faceva parte della Compagnia di San Paolo, di cui criticava aspramente la politica finanziaria dopo gli investimenti in immobili e nel leasing di aerei per il trasporto dei pellegrini in Terra Santa e nell’Est europeo, compagnia che fallì per 400 miliardi di lire e che forse era attiva in traffici illegali.

Gli inquirenti stanno ora indagando sui misteri e sulle implicazioni del parroco in attività legate alla compagnia, poiché secondo la testimonianza di un suo amico, Antonio Thierry, rilasciata al procuratore Caporuscio Don Emilio era finito su un “terreno pericoloso”. A far riflettere gli inquirenti sicuramente anche la scelta, da parte degli assassini, di rubare la documentazione da cui il prete non si separava mai, piuttosto che i soldi in contante disponibili in canonica.

Un giallo, quello di Vernazza, che dopo 12 anni è ancora aperto che al momento non offre soluzioni e tornato d’attualità nel mese di aprile con una foto scattata da una turista in cui una figura eterea, somigliante a Don Emilio, appare nella chiesa e che ha spinto il paese a parlare del fantasma del prete. Una morte violenta, un’apparizione paranormale e molti misteri per questo caso, che spingono gli inquirenti ad un appello affinché chi conoscesse informazioni utili al caso si faccia avanti.