Verona/ Via libera ai graffiti sotto il balcone di Giulietta. Il sindaco Flavio Tosi: “Arte, magari, non saranno. Ma di sicuro sono una tradizione che va preservata”

Pubblicato il 16 Luglio 2009 13:42 | Ultimo aggiornamento: 16 Luglio 2009 13:42

«Arte, magari, non saranno. Ma di sicuro so­no una tradizione che va pre­servata».

Flavio Tosi, il sinda­co di Verona, parla di graffiti, e forse stupirà qualcuno. A co­sto di sconfessare il suo asses­sore Vittorio Di Dio, ha deciso che gli innamorati di passag­gio per la città scaligera potran­no continuare a scarabocchia­re del loro bene sotto al balco­ne più famoso del mondo, quello di Giulietta.

La vicenda è in più tempi. Nella piccola corte di casa Cap­pello, da sempre gli innamora­ti lasciano testimonianza scrit­ta della loro passione: graffiti, soprattutto, ma anche biglietti­ni, post-it, immagini appiccica­te alla bell’e meglio.

Tradizio­ne quasi secolare. Quando il quotatissimo arti­sta londinese Marc Quinn scel­se la celebre location per ospi­tare parte della sua mostra ve­ronese, all’amministrazione non sembrò vero: i romantici ma brutti graffiti sarebbero sta­ti coperti dalle installazioni di un artista di grande prestigio. Sennonché, Quinn consentì da subito che i writer innamorati continuassero a scrivere sulle sue installazioni.

E anzi, nei giorni scorsi ha ritirato i teloni «istoriati» e li ha messi in ven­dita. A prezzi che in qualche ca­so sfiorano i 300 mila euro. A quel punto, l’assessore Di Dio ha deciso: lo sconcio deve comunque finire. Per coprire i muri martoriati, si è pure fatto regalare alcune scenografie dal­l’ultimissima produzione cine­matografica ispirata ai due in­namorati shakespeariani, «Let­ters to Juliet». Con risultati mo­desti: anche le installazioni di scena sono state prese di mira nel giro di qualche ora.

E così, alla fine Tosi ha detto basta: bi­gliettini e scritte potranno con­tinuare. In realtà, la presa di posizio­ne non è poi così strana: Um­berto Bossi ha sempre gelato i fautori di leggi anti-writer al grido di «I muri sono i libri dei popoli».