Via Poma, da Vanacore a Busco: nomi, sospetti, prove e colpi di scena in 20 anni

Pubblicato il 26 Gennaio 2011 19:41 | Ultimo aggiornamento: 26 Gennaio 2011 21:59

Raniero Busco

ROMA – Una torrida giornata di agosto, Roma deserta. In uno stabile di via Poma, nel cuore del quartiere Prati, viene brutalmente assassinata Simonetta Cesaroni, che allora aveva 21 anni. Da quel giorno sono trascorsi più di venti anni, due decenni in cui investigatori, magistrati e forze dell’ordine hanno cercato di dare un nome e un volto alla persona che sferrò 29 coltellate alla ragazza. Un dedalo infinito di ipotesi, di sospetti: una galleria di personaggi che si sono avvicendanti sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti. Un’attività investigativa che negli ultimi anni ha trovato nuovo impulso grazie sopratutto ai moderni strumenti di indagine che hanno portato ad incardinare un processo con un solo imputato, l’ex fidanzato della ragazza Raniero Busco.

Il 7 agosto del 1990 nell’ufficio dell’Associazione alberghi della gioventù viene trovato il corpo di Simonetta. Il cadavere è trovato per l’insistenza della sorella Paola, preoccupata per il suo ritardo. Simonetta è nuda, ma non ha subito violenza carnale. Secondo l’autopsia è morta tra le 18 e le 18,30. Pochi giorni dopo, il 10, viene fermato dalla polizia, Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile. Su un suo pantalone vengono individuate alcune macchie di sangue ma non è di Simonetta. L’uomo viene scarcerato dal tribunale del Riesame il 30 agosto.

Gli inquirenti cercano sia nella cerchia di amicizie della ragazza, a cominciare dal fidanzato di allora, Raniero Busco, sia negli ambienti di lavoro. Il pm Pietro Catalani, dopo alcuni mesi di indagini, chiede l’archiviazione della posizione di Salvatore Volponi, datore di lavoro della Cesaroni. Il 26 aprile del 1991 il gip archivia gli atti riguardanti Pietrino Vanacore e altre cinque persone. Il fascicolo resta aperto contro ignoti. Trascorre circa un anno, il 3 aprile del ’92 viene inviato un avviso di garanzia a Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle, che abita nel palazzo di via Poma e che la notte del delitto ha ospitato Vanacore.

Valle viene tirato in ballo dalle dichiarazioni dell’austriaco Roland Voller, amico della madre di Valle, secondo il quale dai racconti della madre sarebbe emerso che il figlio tornò sporco di sangue da via Poma. Il 16 giugno 1993 il gip proscioglie Valle per non aver commesso il fatto e Vanacore perchè il fatto non sussiste. I due escono poi di scena, definitivamente, il 30 gennaio del 1995: la Cassazione conferma infatti la decisione della Corte d’appello di non rinviare a giudizio i due indiziati. A cinque anni dal delitto non c’è ancora un colpevole. L’indagine entra in una lunga fase di stallo.

Il 20 agosto del 2005 muore Claudio Cesaroni, padre di Simonetta. Nel settembre del 2006 vengono sottoposti ad analisi i calzini, il corpetto, il reggiseno e la borsa di Simonetta. Il colpo di scena arriva con i risultati delle analisi effettuate dai Ris: sugli indumenti della ragazza, grazie a sofisticate strumentazioni, vengono rilevate delle tracce di saliva dell’ex fidanzato Busco che nel settembre del 2007 viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario. Gli investigatori, inoltre, prelevano l’impronta dell’arcata dentaria di Busco, al fine di confrontarla (attraverso le foto autoptiche del 1990) con il morso riscontrato sul seno di Simonetta: l’arcata dentaria di Busco s’integra con l’individuazione del suo Dna sul corpetto ed il reggiseno.

Il 28 maggio del 2009 la Procura chiede il rinvio a giudizio per Busco. Il 3 febbraio del 2010 inizia un processo che vive anche di nuovi colpi di scena: il 9 marzo, a pochi giorni dalla sua prevista deposizione, si toglie la vita Pietro Vanacore. Giallo nel giallo di un omicidio che ha tenuto banco nella cronaca giudiziaria italiana per oltre quattro lustri, fino alla condanna per Busco, 25 anni.