Vicenza, morta di epatite C da sangue infetto. La verità 43 anni dopo: “Colpa di una trasfusione”

di redazione Blitz
Pubblicato il 9 ottobre 2018 12:20 | Ultimo aggiornamento: 9 ottobre 2018 12:20
Vicenza, morta di epatite C da sangue infetto. 43 anni dopo la verità: "Colpa di una trasfusione"

Vicenza, morta di epatite C da sangue infetto. 43 anni dopo la verità: “Colpa di una trasfusione”

VICENZA – Il 17 giugno del 1983 una donna di Lunigo (Vicenza) è morta di epatite C. Ci sono voluti 43 anni perché i giudici riconoscessero che ad ucciderla fu una trasfusione di sangue infetto. La Cassazione ha infatti finalmente riconosciuto il nesso di causalità tra le trasfusioni, ricevute tra il 1975 e il 1983 e la malattia che condusse la donna alla morte. 

Alla paziente fu infatti negata una prima richiesta di indennizzo dalla Commissione medica di Padova, secondo la quale era impossibile stabilire una connessione con le trasfusioni cui fu sottoposta in occasione di due ricoveri: il primo, nel luglio del 1975 all’ospedale di Legnago (Verona); il secondo nell’estate del 1983 a Lonigo.

Alla donna furono date in tutto 6 sacche di sangue, tre delle quali però erano sprovviste di tracciabilità, poiché provenienti da donatori “non sottoposti ai controlli previsti dalla normativa dell’epoca”.

Nacque così una infinita battaglia legale. Solo nel 2005, dopo la morte della donna, il Tribunale di Vicenza ribaltò il parere della Commissione, dando per accertato che il contagio fosse avvenuto proprio a causa del sangue infetto. Così attestò pure il tribunale di Venezia, al quale i familiari si rivolsero in seguito, per ottenere un risarcimento superiore.

L’avvocato della famiglia Antonino Perozzi spiega al Corriere che alla famiglia fu quindi riconosciuto un indennizzo pari a “oltre 700mila euro per i danni subiti”. Ma in appello, i giudici smentirono nuovamente la precedente sentenza: alla famiglia non spettava alcun risarcimento in quanto non era “sufficientemente provato il nesso tra le trasfusioni e la contrazione del virus”.

Si è arrivati così in Cassazione, dove solo pochi giorni fa, 43 anni dopo il primo intervento, è stata annullata la decisione della Corte d’appello partendo da un presupposto: deve restare valido quanto accertato dal Tribunale di Vicenza “circa la sussistenza del nesso causale tra gli interventi trasfusionali e la patologia”. 

Per i supremi giudici non v’è dubbio quindi che la donna contrasse l’epatite da una sacca di sangue infetto. Il fascicolo dovrà ora tornare alla Corte d’appello che dovrà esprimersi tenendo conto delle indicazioni della Cassazione. “Chiederemo di confermare il risarcimento che ci era stato riconosciuto in primo grado”, ha spiegato l’avvocato Perozzi – al quale occorrerà sommare gli interessi. La cifra finale dovrebbe aggirarsi intorno al milione”.