Caso Pisani, Mantovano è con lui: “Certi pm fanno i poliziotti”

Pubblicato il 2 Luglio 2011 17:53 | Ultimo aggiornamento: 2 Luglio 2011 17:53

ROMA – “Non è soltanto il caso Pisani, è una questione che riguarda i rapporti fra magistratura e polizia giudiziaria. E sono radici in parte strutturali e in parte ideologiche”: sull’indagine per favoreggiamento nei confronti di personaggi in odore di camorra che vede coinvolto il capo della Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano dice la sua a Libero. E se la prende con i magistrati. “La lotta alle varie forme di associazione criminale incontra ostacoli dall’interno del sistema. Il sistema funziona bene se c’è piena armonia all’interno mentre oggi si evidenziano problemi”.

“L’impressione che si ha dagli stralci usciti, sostiene Mantovano, è di una valutazione in chiave penale, con un giudizio sfavorevole del pm e del gip, dell’attività quotidiana di chi si muove sul fronte del contrasto della criminalità organizzata”.

Per quanto riguarda i contatti tra mondo criminale e forze dell’ordine, il sottosegretario è netto: “Non è un mistero che le informazioni su dove si trovano i latitanti o sui giri di droga non arrivano dai monasteri ma dagli ambienti criminali. Nel rispetto delle regole e della deontologia, acquisire le informazioni è un dovere. I contatti ci devono essere”.

Tanto per chiarire: “Se si pensa di fare le pulci all’ufficiale di polizia giudiziaria perché prende il caffè insieme a chi lo informa, si finisce per paralizzare le indagini. Se si vogliono invece ottenere risultati – e il capo della Mobile di Napoli li ha ottenuti, a detta di tutti coloro che hanno collaborato con lui – allora bisogna adoperarsi per ottenerli”.

Insomma: certo il confine fra  attività investigativa e favoreggiamento è sottile, ma, sottolinea Manotovano, spetta al magistrato e al giudice “rispettare la zona grigia”.

Il sottosegretario cita i casi di Gianni De Gennaro e Giampaolo Ganzer: il primo, capo dei servizi segreti, è stato condannato, come il secondo, attuale comandante dei Ros, per i fatti del G8 di Genova. “Tutte condanne legate alla loro funzione. Non sono condannati per aver palpato il fondoschiena della segretaria o per essere scappati con la cassa, ma perché le operazioni che hanno svolto sono considerate delittuose”.