Yara Gambirasio, nella valle dove si cerca l’assassino: “Basta darci fastidio”

Pubblicato il 16 Aprile 2013 9:32 | Ultimo aggiornamento: 16 Aprile 2013 9:35

(Foto Lapresse)

BERGAMO – “Basta darci fastidio, non siamo mica brutta gente”. Dalle parti della Val di Scalve, a Rovetta, a Ponte Selva, gli investigatori cercano le tracce dell’assassino di Yara. In una complessa ricerca del dna di un uomo misterioso, nato probabilmente tra il 1962 e il 1963, che ha lasciato piccole tracce ematiche sugli slip e sui leggings della ragazzina di Brembate trovata morta il 26 febbraio 2010. Gli investigatori hanno trovato prima i suoi fratellastri, comparando appunto il Dna, ma non coincideva del tutto. Così un uomo del posto raccontò una confidenza avuta da un amico (morto da anni), padre dei “fratellastri dell’assassino”, tanti anni prima: un “fattaccio”, una ragazza di quelle valli messa incinta dopo una fugace relazione. Una ragazza che probabilmente ha partorito e forse dato in adozione quel bambino che, ad oggi, è il principale indiziato dell’omicidio di Brembate. Ecco come gli investigatori sono arrivati a setacciare queste valli, in una trama che nemmeno un giallista di fama avrebbe saputo scrivere. Paesi dove è difficile raccogliere confidenze, come scrive Marco Imarisio, inviato del Corriere della Sera:

Sarà stato il 1962-1963, dopo il lavoro ci si fermava a Ponte Selva per un Crodino e qualche canzone al juke box con le ragazze che vivevano al convitto del cotonificio Cantoni, dall’altra parte della provinciale. Il «fattaccio», Guerinoni lo chiamò proprio così, deve essere successo in una di quelle sere, con una ragazza nata a Rovetta. E adesso sappiamo che il figlio di quel «peccato» potrebbe essere il carnefice di una bambina di 12 anni scomparsa nel novembre 2010 a due passi dalla sua casa di Brembate di Sopra.

l confine tra pettegolezzo e indizio non è mai stato così incerto. Dopo il nulla che questa indagine ha accumulato fino a poche settimane fa, ogni segnalazione adesso diventa buona, ogni anziana signora oggetto di voci diventa potenziale madre di assassino. L’ansia della svolta obbliga gli investigatori a mettere in discussione la moralità di una valle, a soppesare il pettegolezzo di paese come fosse la segnalazione giusta, che può risolvere uno dei delitti più angoscianti della nostra storia recente. Adesso è difficile fare distinzioni tra categorie così diverse. I luoghi del «fattaccio» non vengono in aiuto, testimoniano solo una distanza temporale così grande da far pensare a un tentativo disperato. Il convitto del cotonificio dove si fermavano le operaie della valle è un reperto di archeologia industriale, il Park Hotel, all’epoca un night club di dubbia fama dove si davano appuntamento le coppiette in incognito, è diventato un «Afrobar» da ritmi tribali e fine settimana affollati. Davanti al suo piazzale deserto il signor Franchina non smette di imprecare. «Il Guerinoni era uno dei nostri. Era a posto, la smettano di darci fastidio. Non siamo mica brutta gente». C’è una possibilità su un milione, dice il vecchio alpino, e anche gli investigatori forse sarebbero d’accordo con lui. Poi viene subito in mente quella bolla di Brembate di Sopra. I nostri figli così fragili, quella bambina in tuta da ginnastica che sorride nella foto. E appena fuori, il Male che la aspetta.