Yara, a Montebelluna si fa festa per la scarcerazione di Fikri

Pubblicato il 7 Dicembre 2010 19:37 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2010 20:19

Yara Gambirasio

Fanno tutti festa per la scarcerazione di Mohammed Fikri, i suoi amici immigrati ma anche gli italiani di Montebelluna, la gente del palazzo dove vive, i frequentatori del bar sottocasa. Da presunto ‘mostro’, a vittima del sistema giudiziario (al suo avvocato ha chiesto: ”adesso posso avere il risarcimento dei danni morali?”, e il legale farà istanza di riparazione per ingiusta detenzione), il ventitreenne muratore marocchino finito in cella per un probabile errore nell’inchiesta sulla sparizione di Yara Gambirasio, è ora persona di cui nessuno è imbarazzato a parlare.

Anzi, tutti lo descrivono come un brav’uomo. ”Era scritto, Allah mi è testimone, che Mohammed è innocente”, diceva stamane il cugino che lo aveva subito scagionato, Abderrazzaq, prima di partire per Bergamo dove è andato a prendere Mohammed che usciva dalla casa di detenzione. Un viaggio un po’ avventuroso, perché Abderrazzaq non ha un’auto, e stamane era a corto di contanti. Poi la soluzione, una ‘macchinata’ con uno zio che abita a Spresiano e che ha portato a Bergamo anche altri amici del nipote. I parenti di Abderrazzac hanno risposto al suo appello senza remore.

La notizia della scarcerazione di Fikri è stata accolta con soddisfazione dai suoi connazionali a Montebelluna. Ma la stessao stato d’animo è stato espresso anche da vari montebellunesi, ad iniziare dal custode del palazzo in cui risiede Fikri: ”Lo conosco poco – afferma -, ma mi è sempre sembrato un ragazzo a posto, educato per niente sbruffone”. Al bar ‘Guarda’, proprio sotto il palazzo, meta obbligatoria all’ora di colazione per Abderrazzaq e in passato anche per Mohammed, la scarcerazione del giovane è stata appresa con gioia.

”Lo sapevo che non c’entrava nulla” dice la barista, mentre il portiere dello stabile offre il caffè ai giornalisti e agli altri avventori per festeggiare la notizia. ”Conosco bene Mohammed – dice un immigrato suo amico – e non si perderebbe mai a guardare una tredicenne, figurarsi immaginare che abbia fatto quello di cui lo avevano accusato: è troppo timido”. ”Mohammed ha bisogno di stare tranquillo – prosegue Abderrazzaq, prima di chiudere il telefono – e ora dobbiamo proteggere la sua vita dall’invasione dei media”.

Della curiosità spasmodica di tv e giornali si lamenta anche Patrizia Benozzo, sorella di Roberto, l’imprenditore con il quale lavora Fikri. ”Sono rimasta sconvolta dall’invadenza dell’informazione – sottolineo – , andata oltre e molto più veloce degli inquirenti, segnando negativamente questa vicenda con uscite, affermazioni e termini mai detti dagli investigatori. ”Anche la famiglia della piccola Yara – osserva – è stata traumatizzata da queste parole. Io so solo che Mohammed è una persona per bene, riservata, un lavoratore che collabora con mio fratello da quattro anni. Aveva chiesto da tempo un’aspettativa per tornare a casa”.

”La giustizia – prosegue Patrizia Benozzo – ha fatto il suo corso, ma ha messo molte persone nello scompiglio. Alla ritrovata serenità, forse, di Mohammed e di mio fratello, c’è accanto l’amarezza per aver assistito a questo spettacolo mediatico. Amarezza che è ancora maggiore perché non si conosce ancora la sorte di Yara”.

Il governatore veneto Luca Zaia ci tiene a sottolineare che lui ‘sentenze-lampo’ sul marocchino di Montebelluna non ne aveva emesse. ”Tutti hanno dato addosso al marocchino – dice – fuorché io, perché bisogna essere prudenti in queste vicende”. ”Ho il cuore sereno – aggiunge – In queste situazioni è obbligatorio usare i ‘se’ e lasciar lavorare i magistrati”. Quanto ai delinquenti veri, conclude Zaia, ”non hanno colore né nazionalità: quando uno è un mostro, è un mostro punto e basta”.