Arkady Babchenko, giornalista anti Putin ucciso? Una messinscena: riappare a Kiev

di redazione Blitz
Pubblicato il 31 maggio 2018 8:32 | Ultimo aggiornamento: 31 maggio 2018 8:32
Arkady Babchenko, giornalista anti Putin ucciso? Una messinscena: riappare a Kiev

Arkady Babchenko, giornalista anti Putin ucciso? Una messinscena: riappare a Kiev

KIEV – Una messinscena: questo è stato il (finto) omicidio del giornalista russo Arkady Babchenko. Lo ha spiegato lui stesso apparendo vivo e vegeto in una conferenza stampa 24 ore dopo il presunto assassinio. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Un finto assassinio che, ha spiegato, sarebbe stato organizzato dai servizi segreti ucraini per risalire all’uomo che davvero stava programmando, secondo Kiev, di ucciderlo, ovvero un veterano del conflitto del Donbass.

Il giornalista russo, noto per le sue posizioni critiche nei confronti di Vladimir Putin, si è presentato in conferenza stampa al fianco del direttore dei servizi di sicurezza ucraini spiegando, tra la sorpresa generale, di aver preso parte ad “un’operazione speciale” ideata per smascherare chi, questo omicidio, lo stava pianificando davvero. Ovvero i servizi russi.  “Chiedo scusa a tutti, soprattutto a mia moglie, ma non c’era altro modo”, ha detto un emozionato Babchenko. “E ringrazio l’intelligence ucraina che mi ha salvato la vita”.

Ovviamente la messinscena ha scatenato molte polemiche. Le autorità ucraine, a partire dal premier Groysman, che subito aveva accusato Mosca di celarsi dietro l’omicidio di Babchenko, ora sostengono di avere le prove del coinvolgimento dei russi. Secondo quanto rivelato da Vasiliy Gritsak, capo dei servizi di Kiev (SBU), gli 007 avevano intercettato l’ordine di far fuori il giornalista “due mesi fa”; un cittadino ucraino, identificato solo come ‘G’, aveva accettato di svolgere il ruolo d’intermediario, arruolando un killer in loco e ricevendo un pagamento totale di 40mila dollari, 30 dei quali passati all’assassino.

Dopo l’operazione sarebbe dovuto fuggire in Russia, con un biglietto “già acquistato”. Ma l’intelligence ucraina lo ha contattato e lo ha indotto a cooperare: sarebbe stato quindi lui – ma il condizionale è d’obbligo perché gli aspetti pratici della vicenda restano fumosi – a far finta di ammazzare Babchenko, in modo da compromettere definitivamente il mandante. Che è stato arrestato e sottoposto a interrogatorio.

In realtà certi aspetti dell’operazione appaiono già contraddittori. Babchenko ha detto in conferenza stampa che è stato coinvolto “un mese fa” dai servizi e che sua moglie ha dovuto sopportare “l’inferno” mentre Gritsak ha dichiarato che i suoi familiari “sapevano”; sempre Babchenko ha raccontato poi che l’operazione ha sventato “altri attentati più gravi” senza però dare ulteriori informazioni.

Tutto plausibile, ma smentito da Mosca. La notizia della messinscena ha d’altra parte sollevato un coro di critiche anche nel campo dell’intellighenzia d’opposizione, che da una parte evidenzia come Babchenko, prestandosi al gioco, abbia screditato l’integrità della classe giornalistica, e dall’altra si lamenta perché d’ora in poi, quando un oppositore verrà veramente liquidato, il Cremlino avrà gioco facile a definire tutto una montatura. Il portavoce di Putin, dal canto suo, per ora si è rifiutato di commentare, lasciando libero il campo ad altre voci, ben più colorite.

Il presidente della Commissione Esteri del Senato, Konstantin Kosachiov, ha gridato alla “provocazione”, in pieno stile Skripal, mentre la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, l’ha bollata come “un’operazione di propaganda”, trovandosi di fatto sulla stessa linea d’onda di Reporter senza frontiere, che ha criticato Kiev per aver “manipolato i fatti sulle spalle dei giornalisti”. E anche questa non è cosa che capiti tutti i giorni.