Arundhati Roy: “Su Ghandi un mucchio di bugie. Non si oppose alle caste”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Luglio 2014 14:42 | Ultimo aggiornamento: 30 Luglio 2014 14:42
Arundhati Roy: "Su Ghandi un mucchio di bugie. Non si oppose alle caste"

Arundhati Roy: “Su Ghandi un mucchio di bugie. Non si oppose alle caste”

ROMA – Arundhati Roy: “Su Ghandi un mucchio di bugie. Non si oppose alle caste”. Attaccare un monumento nella storia dell’India (dove è accolto come un santone anche Ben Kingsley che lo interpretò al cinema) assomiglia a una forma di iconoclastia. Non se n’è curata Arundhati Roy, la scrittrice indiana che ha attaccato nientemeno che il Mahatma Ghandi. “L’apostolo della non violenza accettava una delle più brutali forme gerarchiche della società”, ha sostenuto durante una conferenza tenuta all’Università del Kerala – su di lui abbiamo ascoltato un mucchio di menzogne”. L’eroe dell’unificazione non meriterebbe, secondo la scrittrice, di essere ricordato con tutti gli onori (“davvero dobbiamo dedicargli le nostre università…”).

In effetti la conferenza era dedicata al Mahatma Ayyankali, un leader senza casta (dalit). L’attacco della Roy assume perfino toni irridenti, quando estrapola qualche passo dei suoi scritti: “Il compito di un bramino è quello di occuparsi della pulizia dell’anima mentre il banghi, l’intoccabile o dalit, si occupa della pulizia dei corpi della società”. L’accettazione acritica e conformista di un sistema che in Europa diremmo medievale gli vale, secondo Roy, la deposizione dall’ideale piedistallo sul quale l’India lo ha innalzato.

In effetti “The Ideal Banghi” (da cui è tratto il brano citato) non è un capolavoro di correttezza politica, laddove banghi è termine dispregiativo (un po’ come nigger in America). Forse, uno sforzo maggiore di contestualizzazione (lo scritto è del 1936) sarebbe stato auspicabile. O vogliamo ricordare il disprezzo con il quale Winston Churchill cercava in ogni modo di evitare quel piccolo uomo vestito di uno straccio bianco. Di più, fosse stato per lui il Mahatma sarebbe morto di fame nelle galere indiane. E del resto, a proposito di giudii storici rivedibili, secondo lo stesso Ghandi Mussolini era un salvatore.

Il Mahatma aveva ribattezzato i fuoricasta “Harijan”, figli di Dio, e credeva fermamente e in maniera del tutto idealistica nella concezione di società espressa dalla tradizione induista. Non aveva quindi alcuna inclinazione a rinnovare la società o l’ordine costituito scardinando il sistema castale, di cui vedeva soprattutto e quasi esclusivamente gli aspetti positivi, ma soltanto a temperarne gli aspetti più deleteri come appunto l’intoccabilità e la discriminazione aperta.

A questo proposito, in India anche i bambini conoscono la storiella, agiografica finché si vuole ma vera, del Mahatma che si rimbocca le maniche e comincia a pulire le latrine comuni obbligando a fare lo stesso non solo i suoi seguaci ma anche sua moglie Kasturba: che non ne era per niente contenta, ma che si era piegata alla bisogna proprio per portare avanti le convinzioni di suo marito. Che non esistono intoccabili e che non si diventa impuri o si perde qualcosa (la casta come la classe sociale o la dignità) per aver pulito i cessi. (Francesca Marino, Il Messaggero)