Attentato Iraq, sopravvissuto a Nassiriya: “Lo Stato si dimenticherà anche di loro”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Novembre 2019 17:20 | Ultimo aggiornamento: 11 Novembre 2019 17:20
Soldati italiani in Iraq, Ansa

Soldati italiani in Iraq (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Riccardo Saccotelli, 44 anni, ex maresciallo del XIII carabinieri, compagnia Alpha, è uno dei sopravvissuti alla strage di Nassiriya nella quale morirono 12 militari dell’Arma, cinque dell’Esercito e due civili italiani.

Saccotelli, intervistato da Repubblica il giorno dopo un nuovo attentato in Iraq contro i soldati italiani, si dice deluso dalle istituzioni: “Finirà come con noi: tutti lì a promettere, poi nessuno a mantenere. Se li dimenticheranno”.

Sono 16 anni esatti. Lo ricorda, quel 12 novembre 2003?
“Magari potessi dimenticarlo. Ero di guardia alla postazione Giraffa, all’ingresso di Base Maestrale. Ero a 7 metri da dove è saltato in aria il camion con 4 tonnellate di esplosivo. Mi ero svegliato all’alba nella base Libeccio, dall’altra parte dell’Eufrate. Alle 8 prendevo servizio alla Maestrale. Turno 8-12. All’ingresso automezzi c’era Andrea Filippa, a mezzo metro da me Daniele Ghione, un metro a sinistra Ivan Ghitti: sono tutti morti. Una decina di metri più in là Roberto Ramazzotti, sul tetto Mario Caldarone e Matteo Stefanelli. Eravamo a Nassiriya da poco, tesi, vigili. Di fronte a noi un bimbo dipingeva casa di lilla col nonno: sono morti, credo. Con l’interprete e un collega caduto, Horacio Majorana, identificavo una persona all’ingresso. All’improvviso la raffica”.

Chi ha sparato?
“Il kalashnikov di un attentatore, e Andrea Filippa: uccise i terroristi sul camion in corsa, senza di lui il massacro sarebbe stato ancora più grave. Io feci appena in tempo a girare la testa e urlare “buttatevi giù”, e siamo saltati in aria. L’ultima immagine negli occhi è Ivan Ghitti che cerca di uscire dalla base col fucile in mano. Da lì, è il vuoto. Mi sono sentito sollevare, avevo dolori atroci, non respiravo. Non vedevo nulla, ma ho sentito i corpi che calpestavo… quella sensazione non mi lascia più. Mi portarono all’ospedale civile. Mi erano uscite le ossa dalle orecchie, avevo trauma scheletrico, respiratorio e agli occhi, schegge metalliche, sanguinavo. Non mi sono mai ripreso. Non solo fisicamente”.

Cosa successe?
“Mi hanno revocato la “pensione privilegiata” degli invalidi di guerra. Non mi hanno concesso un equo indennizzo, la causa è in corso. Mi hanno bloccato l’avanzamento”.

E perché? La chiamavano eroe…
“Perché ero tra coloro che pretesero giustizia e verità. I vertici militari sapevano e non hanno fatto niente per proteggerci. Il generale Bruno Stano, ex comandante delle missione in Iraq, è stato condannato per questo. Erano stati informati con notizie precise sull’attentato, sapevano di un camion russo di colore scuro”.

Le chiesero di tacere?
“Lo chiederanno anche i ragazzi feriti oggi: lasciate perdere gli avvocati, ci siamo noi. L’allora premier Silvio Berlusconi diede a mio padre i numeri del suo staff. Era una processione di politici e alti militari”.

Invece come andò?
“Il presidente della Camera, Casini, mi promise la medaglia d’oro al valore militare. Lo staff del ministro della Difesa Martino me la promise in Iraq, quella del presidente del Senato Pera in ospedale. Nessuno di noi, sopravvissuti o vittime, l’ha avuta. Mi chiamavano eroe, sì, ma anziché tutelare noi lo Stato tutelava chi era indagato per non aver adottato le misure di sicurezza che ci avrebbero salvati”.

Ma essere in Iraq era giusto? E’ giusto, oggi?
“Assolutamente no. Non ne vale la pena; e poi vorrei vederla, tutta questa democrazia che abbiamo portato là”.

Fonte: La Repubblica.