Battisti, Emiliano Russo e Giuseppe Codispoti i poliziotti che lo hanno preso: “Arrivati a lui bussando porta a porta”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 gennaio 2019 8:47 | Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2019 8:47
Battisti, Emiliano Russo e Giuseppe Codispoti i poliziotti che lo hanno preso: "Arrivati a lui bussando porta a porta"

Battisti, Emiliano Russo e Giuseppe Codispoti i poliziotti che lo hanno preso: “Arrivati a lui bussando porta a porta”

ROMA – Sono Emilio Russo, primo dirigente della polizia di Stato in servizio presso l’Interpol, e Giuseppe Codispoti, vicequestore dell’Antiterrorismo, i due poliziotti che hanno preso l’ex latitante Cesare Battisti, ora in cella nel carcere di Alta sicurezza di Oristano-Massama, in Sardegna.

A tradire l’ex terrorista rosso, hanno spiegato Russo e Codispoti, è stata la voglia di camminare: “Errori non ne ha fatti, la sua latitanza era ben organizzata anche se probabilmente era stanco della sua fuga. Forse la sua unica debolezza, quella che gli è stata fatale, è stata la voglia di farsi lunghe passeggiate nel quartiere in cui si era nascosto”.

Russo e Codispoti sono gli agenti che lunedì erano alla destra e alla sinistra di Battisti quando è sceso dall’aereo che lo ha riportato in Italia. I due erano in Bolivia dal 6 gennaio, due giorni dopo l’ultimo segnale emesso dal telefonino dell’ex terrorista dei Pac. Dal 4 gennaio quel cellulare è rimasto muto, ma ha lasciato una traccia: due quartieri residenziali della terza cerchia di Santa Cruz de la Sierra, Urbarì e Santa Rosita. E da qui i poliziotti hanno cominciato a cercare.

Grazie all’analisi dei tabulati di quel telefono sono state circoscritte una serie di aree e sono iniziati gli appostamenti. “Abbiamo fatto un’analisi del territorio vecchia maniera – dice Codispoti – andando a bussare porta a porta”.

“Abbiamo lavorato giorno e notte con i colleghi boliviani – conferma Russo – usando il vecchio metodo tradizionale. Siamo tornati indietro di 30 anni per fare i pedinamenti, senza alcun ausilio della tecnologia”. La difficoltà più grande, dicono, è stata di muoversi in un territorio dove chiunque avrebbe potuto individuarli. “Due occidentali si riconoscono subito, qualcuno avrebbe potuto parlare, dovevamo fare presto”.

Gli appostamenti danno il risultato sperato. Sabato pomeriggio Battisti viene ‘agganciato’. Sta facendo una delle sue passeggiate, come aveva rivelato il telefono. “Lo abbiamo filmato – racconta ancora Codispoti – mentre lui continuava a camminare, abbiamo ottenuto la corrispondenza e alla fine l’abbiamo fatto fermare”.

E’ Russo a ripercorre quei momenti: “Battisti è stato fermato per un controllo e portato negli uffici, non ha reagito in maniera scomposta, non pensava ci fossero italiani. Poi lì ci siamo fatti vedere e abbiamo svelato il vero motivo del controllo. Lui ha capito e c’è rimasto male. E’ crollato sulla sedia, consapevole di dover passare lungo tempo in carcere”.

Una volta sull’aereo per l’Italia, Battisti sapeva di aver perso definitivamente la partita. “Abbiamo parlato di calcio – racconta Codispoti – ha detto che non gli piaceva e che non era tifoso di nessuna squadra”. Nessun accenno a paure per i suoi familiari rimasti in Brasile, proseguono ancora gli agenti, ma solo la consapevolezza che era tutto finito. “Siete stati bravi, percepivo il fiato sul collo anche se non sapevo quanto tempo ci avreste messo”.

Nel ricostruire la sua fuga gli investigatori sono riusciti anche a rintracciare la persona che ha prenotato per Battisti la stanza nell’hotel ‘Casona Azul’, un boliviano. A confermarlo è lo stesso proprietario dell’albergo, il signor Peralta. “Alla reception della pensione Battisti lasciò i dati di una persona boliviana che lo aveva accompagnato. Non riceveva nessuno, ha incontrato delle persone fuori dall’albergo, dei boliviani. Ha comprato una mappa della Bolivia e mi ha fatto domande sulla geografia del Paese”.

Quando lo hanno preso, Battisti aveva una carta di credito Visa, un’agenda con foglietti e annotazioni, patente, carta d’identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani. E ora quella carta di credito e quell’agenda, assieme al suo cellulare, sono sulla scrivania del capo del pool antiterrorismo della procura di Milano Andrea Nobili e potrebbero consentire di ricostruire ulteriori dettagli della latitanza e, soprattutto, la rete che lo ha protetto in questi mesi. Una rete che, secondo quando si apprende, non era ramificata in Bolivia e non faceva affidamento sugli ambienti dei narcotrafficanti.

Potrebbe, invece, coinvolgere vecchie conoscenze italiane dell’ex terrorista dei Pac, amici francesi e soggetti che potrebbero averne favorito nel 2004 la fuga da quel Paese in sud America e personaggi che in Brasile lo avevano già aiutato in passato.