Bin Laden è morto. Noi siamo più a rischio o più al sicuro? Al-Qaeda rimane viva anche senza di lui

Pubblicato il 2 Maggio 2011 20:54 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2011 21:08

La foto (falsa) del cadavere di Osama Bin Laden

ROMA – Ora che Osama Bin Laden è morto, e ora che si conoscono i dettagli del blitz la domanda che fa capolino è una: “Con la sua fine siamo più o meno sicuri”? La risposta, ovviamente, non è scontata e le risposte secche rischiano di essere semplificate e inadatte a descrivere la situazione.

Si può dire che la situazione peggiorerà perché al-Qaeda reagirà a forza di attentati. E’ una possibilità. Si può ottimisticamente pensare che al-Qaeda, colpita nel vivo, perderà efficacia. E’ una possibilità più remota. Si può pensare, ed è uno scenario più complesso, che al-Qaeda sarà più pericolosa “a caldo” ma che, nel lungo periodo, finirà per sgretolarsi ed essere meno pericolosa.

La verità è che una risposta alla questione “sicurezza” non può prescindere da quello che al-Qaeda  negli ultimi anni è diventata. Nel 2001 era una cosa, nel 2011 un’altra. E un’altra che come scrive l’Economist nel blog Clausewitz, può sopravvivere anche grazie a Bin Laden. Il rimpianto principale è quello di non averlo preso prima. Gli Usa ci lavorano da anni, anche da prima di quell’11 settembre. Due mesi dopo, nella zona montana di Tora Bora, Bin Laden è stato a un passo dalla cattura (o “terminazione”, come piace tanto ai media statunitensi). Invece ce l’ha fatta e in quegli anni ha lavorato, almeno fino al 2005, per trasformare al-Qaeda. Osama sapeva che tipo di vita avrebbe affrontato: non a caso, nella residenza bunker in cui è stato trovato, non aveva telefoni né internet. Le sue comunicazioni col mondo esterno, negli ultimi anni, erano diventate minime. Eppure è stato beffato proprio per un corriere di cui si serviva per scambiare notizie con la rete di al-Qaeda.

Così, spiega l’Economist, Bin Laden in questi anni è riuscito a trasformare la sua organizzazione terroristica in una sorta di catena di franchise, una rete organizzata su cellule tribali di piccolissime dimensioni, in contatto tra di loro ma assolutamente autonome. In questi dieci anni lo zoccolo duro dell’organizzazione  quello tra Afghanistan e Pakistan, è stato costantemente martoriato dai bombardamenti coi droni. Eppure i reclutamenti di nuovi adepti sono continuati. Allo stesso tempo i capi di al-Qaeda hanno progressivamente stretto i contatti coi capi tribù locali. “Indipendentemente dalla sorte di Bin Laden – scrive l’Economist – i talebani continueranno la lotta in Afghanistan e in Pakistan, mentre i capi di franchising in Yemen (al-Qaeda nella Penisola Arabica, o AQAP), Africa del Nord (al-Qaeda nel Maghreb, o AQIM) e le ‘affiliate’, come al Shabab in Somalia, continueranno ad agire esattamente come prima”. Per ora, sia al Shabab e Aqim  operano su base prevalentemente regionale, anche se a volte prendono di mira anche obiettivi occidentali come è avvenuto l’attacco a Marrakesch della scorsa settimana.

Al-Qaeda della penisola Araba, (quella, per capirci, dell’esplosivo nelle mutande e nelle cartucce per stampanti)  è per l’Economist la parte in predicato di assumere la leadership del post Bin Laden. “Gli servirebbe – scrive il settimanale – un successo spettacolare, cosa più semplice a dirsi che a farsi”. Anche perché, per preparare un grande attentato possono servire anni di preparazione. Nel frattempo il pericolo è legato ai “cani sciolti”.

Al Qaeda è cambiata, insomma. Ma non per questo, con la morte di Bin Laden diventa meno pericolosa, anzi. Il grande successo di Osama, a conti fatti, è proprio quello di essere riuscito a creare un’organizzazione che non ha bisogno di lui.