Blitz in Medio Oriente, italiani rientrati. Lano: “Ci hanno picchiato”. Luppichini: “Le vittime sono 19”

Pubblicato il 3 Giugno 2010 19:03 | Ultimo aggiornamento: 3 Giugno 2010 19:03

«Ci hanno attaccato con violenza inaudita». Sono le prime parole pronunciate da Angela Lano una dei sei attivisti arrestati e poi rilasciati in Israele, appena arrivata in Italia. La sua esperienza sulle navi dei pacifisti dirette a Gaza e poi assaltate dall’esercito israeliano è stata terrificante: «Abbiamo rischiato di morire anche noi». Un altro superstite, Manolo Luppichini, ha detto che i morti sarebbero «almeno 19», come gli avrebbe riferito una testimone australiana.

«Israele ha mostrato il suo volto più terroristico – ha proseguito la giornalista- il nostro rapimento in acque internazionali è stato fatto per scoraggiare gli aiuti», ma i pacifisti, dove in prima linea c’è proprio Angela Lano, non mollano: «Noi siamo però pronti a partire per Gaza quanto prima, forse in due mesi, e non con sette ma 20 navi».

«Le donne non sono state picchiate, ma i maschi sì», ha riferito ai cronisti che hanno atteso il rientro dei 5 attivisti all’aeroporto di Malpensa a Milano. «Quel che è certo – ha aggiunto -, è che eravamo una flottiglia umanitaria con attivisti e giornalisti al seguito, il cui obiettivo era di raggiungere la Striscia di Gaza per portare aiuti, 10 milioni di euro fra carrozzine, medicinali e case prefabbricate e invece tutto è stato sequestrato al porto di Ashdod, chissà quando sapremo che fine faranno questi aiuti». Angela Lano ha quindi lamentato di essere stata “derubata” dei suoi averi dalle autorità israeliane.

«Voglio però ringraziare – ha concluso – la nostra ambasciata a Tel Aviv, il nostro consolato a Istanbul e soprattutto il governo turco che ci ha trattati come dei re, mandandoci due grossi aerei pur bloccati a terra per 12 ore dagli israeliani».

Durante il blitz israeliano sono stati uccisi almeno 9 attivisti, mentre altre 25 sono rimaste ferite. La Lano precisa però che a lei e agli altri giornalisti non hanno sparato addosso. «Hanno sparato sulla barca turca, noi cercavamo di riprendere l’assalto ma ci hanno sequestrato il materiale di ripresa. Il momento dell’assalto è stato terribile».

Insieme ad Angela Lano sono rientrati in Italia Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin e Giuseppe Fallisi. Manuel Zani è arrivato a Fiumicino in mattinata, Marcello Faracci è in volo per Bruxelles. Tutti hanno precisato di non aver firmato nulla e che sono stati rimpatriati semplicemente in base al decreto di espulsione da parte di Israele.

Lo spagnolo Manuel Tapial ha detto di esser stato interrogato per tre ore dal Mossad, il servizio segreto israeliano e che in tre giorni di fermo ha ricevuto solo un pasto. Anche due giornalisti australiani hanno denunciato di aver subito abusi. Pertanto gli attivisti saranno sottoposti a test medici per verificare i sospetti di intossicazione da parte degli israeliani: la Lano ha confermato lo svolgimento degli esami, per verificare se durante la permanenza in Israele «sia stata fatta ingerire, attraverso le bottiglie d’acqua fornite, qualche sostanza cancerogena». Il sesto italiano, Manolo Luppichini, rimasto a Tel Aviv perché privo di passaporto, rientrerà in Italia nel pomeriggio insieme al sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi.

Ma le testimonianze non si fermano a quella di Lano. Una volta giunti all’aeroporto Ataturk di Istanbul i pacifisti hanno raccontato di essere trattati brutalmente. «Siamo stati picchiati, prima sulla nave dai militari e poi ancora poco fa all’aeroporto di Tel Aviv – ha detto Fallisi -. Ci picchiavano se non ci sedevamo e dopo averci picchiati ci mandavano i medici a visitarci. Siamo stati portati in un carcere in mezzo al deserto, appena finito di costruire: sembrava lo avessero costruito apposta per noi. In prigione non ci sono state violenze, avevamo a disposizione anche una doccia».

Manuel Zani, il più giovane tra gli attivisti italiani fermati durante il blitz, ha detto che «l’assalto dei soldati israeliani che si sono avvicinati alla nostra nave a bordo dei gommoni sembrava una scena del film Apocalypse now. Vedere tutti quei soldati bardati, col volto coperto… Avevo paura – continua il videomaker romagnolo – ma per un po’ mi sono goduto la scena. Quando abbiano capito che ci stavano per aggredire ci siamo separati in due gruppi. Io sono andato con i giornalisti nella cabina di pilotaggio per cercare di filmare quello che stava succedendo, ma ci hanno sequestrato tutto: ho perso diecimila euro di attrezzature e non so se le recupererò mai. In Israele non ci torno neanche morto, ma voglio tornare in Palestina al più presto».

Manolo Luppichini ha invece confermato la versione già data da altri reduci della Flottilla. Un’infermiera australiana di 25 anni Jenny Campbell, a bordo della Mavi Marmara con il marito durante il blitz italiano di lunedì, ha raccontato a Luppichini di «aver contato almeno 19 morte nell’infermeria della nave». E ha riferito di «aver visto più di un corpo gettato in mare dai commandos israeliani». La Campbell ha raccontato amche «di aver trovato all’interno dei bagni della nave più di un cadavere con colpi di arma da fuoco alla nuca».

Inoltre altri quattro attivisti avrebbero raccontato all’italiano che durante, per convincere il comandante della nave greca “8000” a dirigersi sul porto di Ashdot, i soldati israeliani hanno preso in ostaggio, per ore, «puntandogli un arma contro un bimbo di 13 mesi, figlio del capomacchinista Ekren Oerean».