Allarme arriva la Bomba, non è un’esercitazione…

di Riccardo Galli
Pubblicato il 15 gennaio 2018 13:02 | Ultimo aggiornamento: 15 gennaio 2018 13:02
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Allarme arriva la Bomba, non è un’esercitazione…

ROMA – Falso allarme alle Hawaii: “Stiamo per essere colpiti da un missile nucleare, cercate riparo!”. Un
errore durato 38 minuti, tanto quanto il tempo passato tra l’sms che allertava la popolazione dell’arcipelago americano e la conferma che fosse un falso allarme. E se fosse successo qui? Se fosse successo in Europa, o in Italia?

La notizia di quanto accaduto in mezzo all’Oceano Pacifico è passata tutto sommato sottotraccia. Una notizia in quarta pagina, un servizio da tg notturno e nel giro di meno di 24 ore è stata archiviata. Colpa della distanza, certamente, ma anche di una singolare miopia dei media. E basta provare ad immaginare cosa sarebbe potuto accadere se insieme al falso allarme fosse partita la risposta armata degli Usa. Questo fortunatamente non è accaduto, e la sorveglianza del comando militare Usa nel Pacifico sui siti militari è evidentemente più efficiente di quella sulle comunicazioni.

Una paura abbastanza comune, finita per questo anche in trame cinematografiche e romanzi, è quella della diagnosi sbagliata. Il caso classico, che può essere declinato in chiave drammatica quanto comica, è quello del paziente a cui vengono dati 6 mesi di vita e da questo si scatenano una serie di eventi. Ecco, nelle isole famose per le onde e la natura selvaggia è successa la stessa cosa, solo su scala nazionale. Alla popolazione è stato comunicato che nel giro di 15 minuti si sarebbe scatenato un inferno atomico sulle loro teste. Nonostante questo, da quel poco che i media hanno raccontato, non risultano scene di panico, drammi umani, familiari e/o sociali. Non risultano saccheggi, furti e nemmeno affari fatti sull’allarme. Ma soprattutto non si ha notizia di cause, ricorsi al Tar o teste da far cadere. Solo qualche neanche aspra polemica.

Questo dimostra la reale distanza tra ‘noi’ e ‘loro’. Fosse accaduto qui, fosse stata interrotta la partita di calcio in tv per dare l’allarme, fosse arrivato sui nostri smartphone l’allerta, la cronaca sarebbe certamente diversa. Passato l’allarme sarebbero fioccate le denunce, i ricorsi al Tar, le querele e il rimpallo delle responsabilità che alla fine sarebbero quasi certamente cadute su chi aveva progettato il sistema di allarme, prima, che oggi chi amministra ha ereditato e quindi non è colpa sua… Ma è quel che sarebbe successo in quei 38 minuti a marcare ancor più la distanza. Il panico, appena letto l’sms, avrebbe avuto subito terreno fertile e la popolazione italica si sarebbe immediatamente divisa tra chi non crede nelle Istituzioni o pensa sempre che ci sia un complotto, che avrebbe derubricato l’allarme a manovra di Palazzo, e chi invece al panico avrebbe ceduto. Genitori all’assalto delle scuole per recuperare i figli primi dell’apocalisse, fughe dagli uffici e cellulari intasati dalle mamme in cerca dei figli più grandi che ormai a scuola non vanno più. Poi traffico in tilt, dichiarazioni d’amore urlate fatte dopo essere state taciute per anni e dichiarazioni di politici, quelli non ancora nascosti e, ovviamente, una lunghissima diretta di Mentana su La7.

E poi? Poi il giorno in cui saremmo dovuti scomparire sarebbe entrato nella nostra mitologia narrativa, avrebbe animato dibattiti e chiaramente la campagna elettorale e sarebbe stato raccontato alle generazioni future con l’annesso personale di quel che ognuno di noi quel giorno aveva fatto. Invece di là, in mezzo al Pacifico, a metà strada tra i bottoni atomici su cui litigano via twitter Donald Trump e Kim jong-un, e nello stesso luogo in cui gli Usa furono attaccati a sorpresa dai giapponesi a Pearl Harbor, la reazione è stata composta.

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