Brasile. Greenpeace difende foreste Amazzonia con Gps

Pubblicato il 11 Settembre 2015 14:08 | Ultimo aggiornamento: 11 Settembre 2015 14:08
Indigeni Ka' por

Indigeni Ka’ por

BRASILE, SAN PAOLO – Gli attivisti di Greenpeace Brasile hanno risposto alla richiesta di aiuto del popolo indigeno dei Ka’apor e stanno lavorando al loro fianco per monitorare e proteggere dalla deforestazione illegale le terre della riserva indigena dell’Alto Turiau nello stato di Maranho.

Lo fa sapere l’associazione ambientalista spiegando che la scorsa settimana gli attivisti hanno affiancato i Ka’apor in un accurato lavoro di mappatura della foresta, installando telecamere dotate di sensori termici e di movimento per documentare la sistematica e illegittima invasione della riserva perpetrata dalla mafia del legno. I Ka’apor potranno inoltre disporre di Gps per monitorare il passaggio dei camion usati dai taglialegna per attraversare le aree forestali dell’Alto Turiau.

“Abbiamo deciso di intervenire perché la foresta è la nostra casa. La foresta ci assicura la vita stessa. Senza la foresta, noi non saremmo i Ka’apor: il nostro nome significa infatti ‘Abitanti della foresta’. Per questo dobbiamo difenderla a ogni costo”, afferma uno dei leader della comunità Ka’apor, che ha chiesto di restare anonimo per motivi di sicurezza.

Il Territorio Indigeno dell’Alto Turiau è uno degli ultimi tratti di foresta amazzonica nello stato del Maranho, ma è sempre più vulnerabile a causa delle invasioni dei taglialegna e dei cacciatori, riferisce Greenpeace. Secondo i dati ufficiali del Degrad (il sistema di mappatura dell’Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale che misura il degrado delle foreste in Amazzonia), tra il 2007 e il 2013 5.733 ettari di foresta dell’Alto Turiau hanno subito un serio degrado per colpa della deforestazione illegale.

Alla fine del 2014, l’8% della foresta all’interno del terre indigene (circa 41 mila ettari) risultava disboscato. La mafia del legno si fa strada nei territori indigeni alla ricerca di specie di legno pregiate come l’Ipé, che una volta lavorato ed esportato può essere venduto a un prezzo che arriva a 1.300 euro per metro cubo. Dal 2008 i Ka’apor chiedono pubblicamente al governo brasiliano di prendere provvedimenti contro queste attività illegali che sono spesso causa di violenze e perfino di omicidi.