Cile, storie estreme di ieri e di oggi che si intrecciano: i sopravvissuti nella miniera, i “naufraghi” delle Ande e l’ultima verità su Allende

di Franco Manzitti
Pubblicato il 9 Settembre 2010 18:51 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2011 3:22

Immagini dalCile 700 metri sotto terra: "Viven"

C’è un filo rosso che corre dalla cima delle Ande, sempre innevate, cinquemila metri di altitudine, al deserto di Acatama, e ancor più giù, nella miniera di san Josè di Copiapà, nello sprofondo di 700 metri sotto terra, dove 33 “mineros” fanno il conto alla rovescia della loro salvezza. Magari questo filo rosso passa anche sopra il palazzo della Moneda, nel cuore di Santiago, capitale del Cile, dove esattamente 37 anni fa, settembre 1973, giorno 13, i golpisti bombardavano la sede del governo e il presidente della Repubblica, Salvator Allende, moriva con il casco protettivo in testa, la mitraglietta in pugno. Suicidio o crimine dei generali golpisti agli ordini di Augusto Pinochet?

Quel filo rosso è proprio il Cile, una terra di estremismi assoluti, di tragedie cupe e di resistenze strenue anche contro la durezza stessa della natura: i deserti aridi del Nord con le miniere di rame sotto la pancia delle pianure e degli altipiani più secchi e salati del pianeta, le montagne colorate delle Ande con le vette “proibite” alla salita umana e poi giù, verso la Terra del Fuoco argentina, i ghiacci e gli arcipelaghi di quello che un esploratore come Chatwin definiva “ il mondo alla fine del mondo”.

Sì perchè il “mondo apparentemente finisce in fondo a questa striscia di terra schiacciata sotto le Ande, in riva al Pacifico, che è lunga 2500 chilometri e non è mai più larga di 180, dalle spiagge dolci di Valparaiso alla vetta dell’Aconcagua, che sta già in terra argentina.

Il filo rosso lo riporta alla luce la cronaca anche un po’ travolgente di quei 33 minatori che dai primi giorni di agosto stanno a 700 metri sottoterra in un cunicolo che si è chiuso senza possibilità di ritorno. Li avevano dati per morti e solo quindici giorni dopo dalle viscere del deserto di Acatama è salito il segnale che erano vivi e aspettavano.

“Viven”, ha urlato il paese intero, accorrendo nell’ombelico chiuso di quella miniera, montandoci sopra un vero circo della sopravvivenza, calando le telecamere, le sonde, fino alla grotta della resistenza, dove le facce de los mineros sono apparse improvvisamente come quelle di astronauti persi nello spazio.

Questo spazio, invece, era il ventre profondo della terra cilena, di quella terra dura, aspra da dove si cava il rame, il “salario” del Cile ai tempi della Unitad Popular, il governo di Allende, socialisti, comunisti, economia statalizzata e dove le miniere erano diventate del “pueblo unido che jamas serà vencido”, come cantavano gli Inti Illimani, il complesso musicale colonna sonora della sinistra mondiale degli Anni Settanta. I padroni del rame prima erano privati cileni e soprattutto grandi compagnie yankees che le avevano perse in uno sconquasso politico che per tre anni e mezzo sconvolse il Cile e di riflesso tutto il Sudamerica, fino al golpe sanguinoso del 13 settembre 1973.